Roma sparita

20 febbraio 2020

Personaggi romani dimenticati. Il poeta dialettale Filippo Chiappini.

Filippo Chiappini nacque nel 1836 nel cuore della vecchia Roma. Il padre Francesco, barbiere, era un personaggio della Roma sparita e veniva chiamato “Cicerone dei barbieri”. Aveva una bottega proprio vicino alla piazza in cui è la statua di Pasquino.  Si fece conoscere per il parlare ironico, per gli epigrammi satirici, per le paquinate anche in latino, che gli costarono  un'attenta vigilanza da parte di spie e sbirri papalini. 
Filippo visse quindi in un ambiente stimolante e, con grandi sforzi economici da parte del padre, fu avviato agli studi di medicina.
Si laureò in medicina ed esercitò la professione per alcuni anni fino a quando, nel 1873, ottenne la cattedra di Fisica e Igiene presso la scuola superiore E. Fuà Fusinato (primo istituto superiore femminile laico della capitale), che tenne per trent’anni, coltivando nel frattempo numerosi altri interessi.
Morì nel 1905 a Roma, dove fu sepolto (tomba o si tratta solo iscrizione marmorea?) nella Basilica di Sant’Eustachio. 

Chiappini poeta e romanista
Si dilettava anche a scriveva poesie in lingua, in dialetto e in latino (da lui chiamati scherzosamente Crimina – in luogo di Carmina – latina), cimentandosi in sonetti, sestine, stornelli, poemetti satirici e apologhi, che rimasero però inediti
In dialetto romanesco scrisse più di duecento sonetti, pubblicati postumi dal nipote Luigi nel 1927.
Anche il teatro rientrava nei suoi interessi e andava raccogliendo notizie e aneddoti romani,  specialmente sul burattinaio romano Gaetano Santangelo
Questi spunti presi dalla strada confluirono nella Storia di Gaetanaccio, ripresa anche nel  repertorio di Petrolini; e nella biografia di un altro teatrante romano, Luigi Rondanini. Sono questi  gli unici testi che Chiappini accettò di pubblicare in vita. 
La sua attività di romanista gli valse l'amicizia con il giovane Trilussa e la fiducia del critico letterario (e non solo)  Luigi Morandi, che si servì del suo "preziosissimo aiuto", nell’ambito di un denso carteggio, mentre andava preparando la prima edizione integrale dei Sonetti del Belli

Vocabolario romanesco

La fama di Chiappini è legata al suo Vocabolario romanesco, o meglio alle oltre 5200 schede (oggi conservate nella Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele” di Roma) che egli venne raccogliendo e annotando nel trentennio che va dal 1870 al 1900.  
Si tratta di un’importantissima testimonianza lessicografica del dialetto di Roma, soprattutto perché nel periodo in questione la città subì profondi e decisivi cambiamenti a causa della sua elezione a capitale nazionale sia nel tessuto demografico (in questo arco di tempo gli abitanti capitolini raddoppiarono, per il consistente afflusso di immigrati per lo più originari dell’Italia centro-meridionale), sia nelle strutture socio-economiche, sia, come necessaria conseguenza, sul piano dialettale: ad esempio, è proprio in epoca postunitaria che si rafforza la tendenza alla perdita di intensità della /r/ intervocalica (come in tera, guera, Inghiltera), tratto che attualmente viene considerato come uno dei più caratteristici dell’uso romano.Lo schedario di Chiappini rimase inedito fino a quando, nel corso del II Congresso nazionale di Studi Romani (1930), si decise di affidarne l’edizione a Bruno Migliorini, giovane ma già valente filologo.
Il Vocabolario romanesco vide dunque la luce nel 1933, in pochi esemplari (circa trecento); in seguito, l’intolleranza fascista verso il dialetto impedì a lungo una ristampa dell’opera, che giunse solo nel 1945, arricchita da una serie di aggiunte e postille realizzate da Ulderico Rolandi.
Nel 1967, infine, venne stampata dall’Istituto di Studi Romani la terza edizione, nettamente migliore delle precedente soprattutto dal punto di vista grafico.

1 febbraio 2020

Il carnevale a Roma sparita ovvero quando la trasgressione era consentita...


The Roman Carnival
 Wilhelm Wider 
(Stepenitz 1818 - Berlin 1884)
A Roma sparita, il popolo, i nobili, il clero aspettavano tutti il Carnevale perchè: «Semel in anno licet insanire»
(=una volta all'anno è lecito impazzire).
E così per alcuni giorni la Chiesa consentiva di trasgredire le rigide norme di ordine pubblico, anche se le macchine di tortura, la «corda» e il «cavalletto» erano ben esposte come monito a non esagerare.  

Balli, feste, travestimenti  e soprattutto competizioni.  Nonostante i bandi e gli avvisi papali che cercavano di   regolamentare il carnevale, migliaia di persone di tutte le  estrazioni sociali si riversavano in piazza con una grande voglia di trasgressione e ..per dare vita ad uno spettacolo improvvisato. 
Ricchi, poveri, ecclesiastici, con maschere stravaganti si mischiavano nella folla, dimenticando ogni gerarchia sociale. In questi giorni si prendeva gioco di tutto e tutti, anche delle autorità pontificie e non solo! 
tortura del cavalletto
Tutto era concesso, un intervallo dai pesanti schemi che la vita quotidiana dell'epoca imponeva. 
Insomma per otto giorni era sconvolto ogni ordine sociale e religioso.

I luoghi del Carnevale a Roma.
Dopo il periodo Medioevale, il Carnevale a Roma fu riportato in auge alla fine del Quattrocento dal gaudente papa veneziano Paolo II Barbo (1417-1471), e in quegli anni lo sfarzo dato ai festeggiamenti romani superava persino quelli veneziani. 
Dopo il trasferimento della residenza pontificia a Palazzo Venezia avvenuta con questo papa, la maggior parte dei festeggiamenti carnascialeschi si concentrano nel centro storico ed in particolare nella Via Lata (attuale Via del Corso). 
Lo scenario principale ruotava intorno a questa via e alle strade circostanti. 
E così per chi se lo poteva permettere, c'era la possibilità di affittare lochi, cioè posti a sedere, proprio lungo via del Corso e di partecipare alla festa andando in giro con le carrozze. 
La Commedia dell’arte, le sfilate in maschera, i Giochi Agonali, i carri allegorici, i tornei e le giostre, le attesissime corse dei cavalli berberi e la finale festa dei moccoletti coinvolgevano tutta la popolazione, richiamando viandanti e curiosi da mezzo mondo.

La mossa dei barberi,
dipinto di G.F.Perry, 1827
Il carnevale si apriva con un corteo ufficiale delle autorità e delle maschere che sfilavano lungo l'antica via Lata,  attuale via del Corso, dove si alternavano teatrini improvvisati e maschere tradizionali, ispirate anche alla vita quotidiana.

La corsa dei cavalli berberi
Molto apprezzata da romani e forestieri era la famosa “corsa dei barberi”
I berberi erano cavalli dalla corporatura bassa e robusta che venivano lanciati senza fantino da Piazza del Popolo fino a Piazza Venezia (per fermare la corsa dei cavalli veniva steso un telone). Il proprietario del cavallo che arrivava primo riceveva una somma di denaro e un broccato d’oro con cui si ricopriva il dorso del cavallo.  
Proprio il nome di via del Corso deriva  da questi festeggiamenti.
La fine del Carnevale e i moccolletti.
A partire dal '700, il carnevale a Roma sparita finiva sempre con la battaglia dei “moccoletti”
Il  popolo invadeva strade  e piazze tenendo in mano un moccolo (=candela) racchiuso in paralume di carta.  
Il gioco consisteva nel cercare di spegnere il moccolo altrui. Poveretto chi rimaneva con il  moccolo spento!! Era infatti sottoposto ad ingiurie di ogni tipo, a cui non poteva reagire e spesso i festeggiamenti finivano in rissa. 
 E il mercoledì delle ceneri spesso affollavano le chiese persone ubriache e malconce.

Fine del rito 
Il rito liberatorio del Carnevale si prolungò anche in epoca postunitaria, sotto la protezione della Regina Margherita, con splendide sfilate in costume e nuove, divertenti maschere come quella del Generale Mannaggia La Rocca.
Tuttavia, Roma capitale era divenuta una città sovraffollata, e i problemi di ordine pubblico cominciavano a emergere. 
La prima a risentirne fu la corsa dei Berberi. Quando nel 1874 tredici persone furono travolte e due uomini uccisi dai cavalli, sotto gli occhi delle Loro Maestà, la giunta Venturi decretò la fine della corsa, e con essa del Carnevale romano. 
Come scriveva Trilussa, «Leva il tarappatà, leva la gente, leva le corse... e la baldoria è morta, er Carnevale s’ariduce a gnente».


Il rito degli ebrei per Carnevale
Curiosando nei testi di Giggi ZanazzoSi racconta un'antica tradizione romana che voleva che il primo giorno di carnevale il capo rabbino del ghetto andasse a riverire il Senatore, cioè il più alto rappresentante delle istituzioni comunali a Roma (carica soppresso nel 1870), e s'inchinasse davanti a lui con la testa per terra.
Allora il Senatore  metteva un piede sulla testa del rabbino, oppure lo mandava via con un calcio nel sedere come  benvenuto.
Con il tempo questa usanza meschina e umiliante imposta agli ebrei andò sparendo, e in cambio gli ebrei furono obbligati a pagare tutti i palii, cioè i drappi che si davano in premio al vincitore della corsa dei cavalli berberi, che si faceva appunto negli otto giorni di carnevale.
moccoletti al Corso,
Ippolito Caffi, 1850 c.
Sempre  Zanasso riferisce anche alcuni particolari del commercio ambulante che avveniva nelle strade, nei vicoli, nelle piazze di Roma durante il carnevale. 
Si  scherzava per le strade con lanci di coriandoli, di «mazzettacci» (bouquet di povero verdurame), e di «confettacci», pastiglie di gesso colorato. 
E il venditore di questi ultimi, il confettacciaro così gridava per commercializzare la sua merce:
Confetti, conféee! Chi vvô’ li confèttii? 

Sempre per le strade di Roma sparita risuonavano le grida di chi affittava sedie o luoghi adatti a godersi lo spettacolo: Chi vô llòchi?

Infine l'ultimo giorno di Carnevale, i venditori di móccoli promuovevano la loro preziosa merce dicendo: È acceso er moccolo!

17 gennaio 2020

Maschere romane. Meo Patacca e Rugantino


Meo Patacca e Rugantino sono due maschere romane che rappresentano certi bulli coraggiosi e intraprendenti, che si possono incontrare a Trastevere, il quartiere più popolare di Roma.

Chi era Meo Patacca
Meo Patacca é il classico bullo romano, sfrontato ed attaccabrighe, esperto ed infallibile tiratore di fionda, ma in fondo, generoso e umano.
Uno spaccone, che parla sempre in dialetto romanesco, mai vile quando scoppia una rissa.
Conosciuto a Trastevere e a Roma per il suo carattere difficile, permaloso e arrogante: prima discute con le mani poi con le parole, Meo Patacca è stato un tipo amato dai romani.
Questa maschera nasce verso la fine del '600, in un poema eroicomico scritto in romanesco, da Giuseppe Berneri (Roma,1637–Roma,15 settembre 1701).


Giuseppe Berneri e il suo poema.
Non si sa molto della vita di Berneri. Nato e vissuto a Roma, fu membro di diverse accademie letterarie del suo tempo, e soprattutto segretario dell'Accademia degli Infecondi, tesa a promuovere un teatro edificante religioso. Cortigiano di casa Rospigliosi, fu autore di drammi sacri e di commedie.  La sua opera principale è il "Meo Patacca ovvero Roma in feste nei trionfi di Vienna", un poema eroicomico  scritto in romanesco.
La composizione del poema, datato 1695-99,  è in ottave ed è formato da dodici canti [leggi qui].
Nel poema di Berneri Meo appare come uno sgherro cioè un "uomo d'armi al servizio di un potente" sempre pronto a battersi e a raccontare spacconateIl suo nome deriva dalla "patacca", il soldo che costituiva la paga del soldato, una somma pari a cinque carlini. E' il tipico popolano del teatro romanesco: indolente e attaccabrighe; lo sgherro facile alla rissa ed allo scontro, però privo di viltà. 
Entra in scena sempre con un costume che lo caratterizza:  calzoni stretti al ginocchio da legacci, giacca di velluto, sciarpa di colore sgargiante, retina che raccoglie i capelli facendo fuoriuscire solamente un ciuffo.
Meo  è il più bravo tra gli sgherri romaneschi, con una predisposizione naturale al coraggio ed alla lite. 
La donna di Meo è Nina, che sembra inventata a sua immagine :
Io so' trasteverina e lo sapete ;
nun serve, bbello mio, che cce rugate.

So' cortellate quante ne volete!

[Versione. Io sono trasteverina e lo sapete;
 non serve bello mio, che vi infastidite. 
Sono coltellate quante ne volete]
Questo stornello basta ad inquadrarne il carattere di donna romana prepotente e inclina alla lite!!
La trama del poema
Prendendo a pretesto un fatto storico, Meo Patacca narra le vicende di un giovane sgherro, cioè un popolano abile nel maneggiare le armi, con un alto senso dell'onore, che offriva i suoi servigi alla propria comunità, compiendo delle buone azioni e combattendo i soprusi. 
Tavola tratta da
Meo Patacca di B. Pinelli
Nell'apprendere la notizia che Vienna è stata assediata, Meo raduna i migliori sgherri di Roma e forma una piccola armata per dare aiuto alla città cristiana. Meo quindi arringa il popolo per sostenere la guerra contro i Turchi che assediano Vienna. Ha come antagonista Marco Pepe, un antieroe, un bullo a chiacchiere. Alla notizia della vittoria (1683), Meo devolve le somme raccolte per festeggiare. Roma è un tripudio di banchetti e di filate di carri allegorici. Ne fanno le spese i “provinciali”, presi a bastonate e i negozi del ghetto, saccheggiati.
Sullo sfondo, la storia d'amore di Meo con la sua spasimante Nuccia fa da contrappunto ai principali eventi della trama.
Tutti i personaggi sono modellati sui tipici popolani romani; alcune delle situazioni sono davvero divertenti, e disseminate da pungenti osservazioni dello stesso Berneri, che si riserva la parte del narratore, spesso aggiungendo i propri pensieri, e di tanto in tanto indugiando nella descrizione dei luoghi famosi di Roma che costituiscono l'affascinante ambientazione della storia.
Inoltre, il poema è una vera miniera di informazioni sulla vita di tutti i giorni nella Roma del tardo XVII secolo: come vestiva la gente del popolo, come era ammobiliata una casa comune, quali erano le formule di saluto, ed altre ancora
Il carattere delle situazioni che via via si dipanano è spesso comico. 
In questo Berneri aveva certamente attinto al celebre poema La secchia rapita (1622) del modenese Alessandro Tassoni e da G. C. Peresio, che aveva pubblicato Il maggio romanesco (1688),poema eroicomico pressoché gemello al Meo Patacca nella lingua e nella struttura, seppure ambientato nel Trecento.
Rugantino
Anche Rugantino è una maschera -più conosciuta- del teatro romano che impersona un tipico personaggio romanesco: er bullo de Trastevere, svelto co' le parole e cor cortello.
Un giovane arrogante e strafottente ma in fondo buono e  de core. 
Quindi riprende alcune degli aspetti che abbiamo visto in Meo Patacca. 
L'aspetto caratteristico di Rugantino è la ruganza, parola romanesca che significa "arroganza", termine da cui deriva il suo il nome
Dobbiamo risalire al burattinaio Ghetanaccio [leggi qui] che nelle sue rappresentazioni spesso aveva come protagonista proprio Rugantino, per intuire che le sue origini risalgano alla fine del 1700. 
La maschera tipica lo vede vestito da popolano con un abbigliamento povero: brache al ginocchio un po' consunte, fascia intorno alla vita, camicia con casacca e fazzoletto al collo.
Il coltello
Il coltello è un altro elemento immancabile e necessario allo sgherro, allo spaccone trasteverino, che vi ricorreva in qualsiasi caso si dovesse fare giustizia. 
Secondo la tradizione, (e così fece Nina con Meo), la ragazza regalava al ragazzo quale pegno d'amore un coltello con il proprio nome inciso. Questo era il compagno fidato da tenere sotto il cuscino la notte e in saccoccia durante il giorno. 
Per C. Pascarella il coltello era come un amuleto e Gigi Zanazzo, inoltre, scrive che una fanciulla si maritava controvoglia ad un uomo che non avesse mai avuto a che fare con la giustizia. 

7 gennaio 2020

Er macellaro romano e il quintoquarto


I cuochi e le massaie romane hanno creato un vero paradiso gastronomico con poco...
Grazie infatti all'utilizzo del cosìdetto quinto quarto, in altre parole lo scarto, gli avanzi dei tagli nobili effettuati dai macellai,  s ono riusciti a  realizzare alcune delle ricette romanesche più famose, che vengono preparate proprio con quella che una volta era considerata la carne dei poveri. Parliamo di coda alla vaccinara, rigatoni con la pajata, animelle fritte, testina al forno, trippa... 


Quinto quarto.
Oltre ai quattro quarti del bovino, che contengono i vari tagli pregiati di carne, dalle fettine al girello, dal piccione alle bistecche di lombo e di costa, dal filetto allo stufatino e così via, esiste un quinto quarto costituito dalle parti che un tempo soddisfacevano una cucina povera, molto povera.
Infatti nel quinto quarto rientrano il fegato, la pajata, la milza, i polmoni, il cuore, il lombatello (posto tra fegato e polmone), la testina e gli zampi di vitello, la coda, i granelli (testicoli), il rognone (reni), le animelle, gli schienali, i torcioli (pancreas), la trippa.

In sostanza tutto quello che rimane dalla macellazione delle bestie, tagliate in due mezzene, poi ridotte in quarti con in più ciò che resta.
Con il miglioramento delle condizioni economiche progressivamente frattaglie conobbero un periodo di scomparsa dalle tavole dei romani


Mattatoio a Roma
Per restituire igiene alle strade dove sangue e interiora di animali provocavano forti miasmi nelle zone dove si faceva la macellazione, si costruì un primo mattatoio nel 1825 addirittura a piazza del Popolo, dove oggi è la caserma dei Carabinieri. 


Poi nel 1890 venne la volta del grande Mattatoio, nel quartiere di Testaccio. Nei suoi quasi 100 anni di vita  questo  Mattatoio  fece rinascere nel quartiere la cucina povera molto molto saporita. 
Addirittura le categorie più povere di lavoratori venivano compensate anche con un soldo in natura: “il quinto quarto”. 
Trippe, rognoni, animelle nelle osterie venivano  cucinate in modo così abile da trasformarsi in piatti gustosi, tradizionali della cucina romana. 


E così il quartiere Testaccio nelle adiacenze del Mattatoio, fra la fine dell'800 e il '900, si riempì di tantissime trattorie , specializzate proprio nella preparazione di questi piatti.
Il Mattatoio ha chiuso nel 1975 ma a Testaccio comunque offre ancora ristoranti che mantengono viva la tradizione della cucina romana.


Il Macellaro di Roma sparita
Nella Roma popolare il macellaro era un personaggio importante ed emblematico, ce lo racconta Zanazzo (Roma 1860 - 1911), il bibliotecario e studioso appassionato, che descrisse le tradizioni e il folklore romano con poesie, opere teatrali, novelle, leggende e proverbi.
Zanazzo fra tutti i venditori di generi alimentari lo giudica il più simpatico, spiritoso, burlone.
Famosi sono i siparietti incentrati proprio su questo personaggio romano.
1a scenetta
Quando le serve per darsi arie da signore disprezzavano la carne offerta dal macellaro romano, allora la sua risposta non si faceva attendere:

— Come! — je dice —’sto pézzo de scannéllo nun te fa? Abbada che tte sei fatta propio scontenta! Da quanno cascassi pe’ le scale, che tte so’ ccresciuti queli du’ bbozzi in pètto, nun ce se pô ppiù ccombatte... Zitta; vié’ qua: si’ bbôna; ché mmó tte contenta Checchino tuo. Dimme indove la vói: in der cularcio o in der fracoscio?... Qui? Brava! 

B. Pinelli
Il carnacciaro

Allora tagliava un pezzo di carne, magari il peggio che aveva nella bottega, chiamava il ragazzino, e gli diceva:— Avanti, regà’, allarga la spòrta a ’sta bbellezza, infilejece drento la carne: ccontentemela bbene, veh?...
Un’altra serva :
— Ahó nun me dà’ la carne come jeri, che quanno la cacciai da la pila, s’era aritirata tutta.
E er macellaro, serio serio:

— Eh cche tte fa specie? Tutta la carne bbôna, còcca mia, quann’ha ffatto l’obbrigo suo, s’aritira.
Un’altra, gli domanda:
— Ciai pormóne?

— Pormóne, nossignora: è tterminato. L’ho vvennuto tutto a le moniche de San Rocco. Stammatina je passa la visita er cardinale; e lloro cé se so’ allustrata la ggibbérna.

Un’altra serva gli dice che la carne che ha preso il giorno avanti, non era tenera.
E llui:
— Cócca mia, nun te fa ssentì’ ddì’ ’ste resìe! La carne che tte do io, è un butiro, una ’giuncata!


2a scenetta
Dar macellaro

La serva - Sei sordo? du' braciole de filetto,
e tu me dai 'sta cosa spuzzolosa?

Er macellaro - Puzza? Eh, ve puzzerà quarch'antra cosa:là... ciarimane sempre quer tanfetto. Che tono avete arzato, sora Rosa!

Giàa, da quanno cascassivo da' letto,
che ve crescerno 'sti du' bozzi in petto,
ve sete fatta propio profidiosa.

La serva- Sta fermo co' le mano! E 'ste braciole?
Er macellaro - Ecchele, si le vòi; mica te possoroppe' un quarto pe' du' braciole sole.Ciò 'n pezzo de merollo, maa! ben fatto:
si lo volete ve lo do senz'osso!

La serva - E' troppo inacidito: dall'ar gatto!

E quando non aveva altro da dire, il macellaro con il coltello affilato in pugno, il macellaro recitava questa filastrocca:
Sta carne è come l’arsura,
che ogni bucio attura,
purifica, specifica, dolcifica,magnifica, scarcagnifica ..
Ammazza er vèrmine
E ccrèpa la cratura:
Spigne, slónga, slarga,
E vvi scanza li péli de la bbarba!».

2 gennaio 2020

Roma Sparita. 6 gennaio, festa della Befana


La festa della Befana
fra piazza dei Caprettari e
Sant'Eustacchio
Ancora alla fine dell' 800 la festa era chiamata Pasqua Bbefanìa, in quanto col nome di Pasqua venivano chiamate tutte le feste. A Roma sparita era particolarmente sentita dai bambini in quanto la tradizione era che i regali li portasse solo ed esclusivamente la Befana
Anche il poeta romanesco Giuseppe Gioachino Belli  dedica un ciclo di tre sonetti alla festa di Pasqua Bbefania
Le condizioni economiche delle epoche passate erano molto diverse dalle attuali e, a causa della estrema povertà in cui viveva la maggior parte del popolo, lo scambio dei doni ovviamente non aveva niente a che fare con la situazione odierna, dettata dal diffuso benessere e dal consumismo.
Ciononostante,  i genitori, seppur con regali modesti, cercavano di accontentare i loro bambini, che aspettavano il 6 gennaio  tutto l'anno. 

La leggenda della Befana
La figura della Befana nasce in epoche antiche e si intreccia con miti pagani legati alla fine dell'anno e  per lungo tempo è stata condannata dalla Chiesa. Non a caso l'antica figura pagana femminile,  che si avvicina alla rappresentazione di una strega, fu accettata gradualmente nel Cattolicesimo, come una sorta di dualismo tra il bene e il male.
Successivamente si creò un racconto popolare legato alla figura dei Re Magi, che diretti a Betlemme per portare i doni a Gesù Bambino appena nato,  non riuscendo a trovare la strada, chiesero informazioni ad una vecchia.
Malgrado le loro insistenze, la donna non uscì di casa per accompagnarli. Poi la vecchia si pentì di non essere andata con loro e con un cesto di dolci uscì di casa e si mise a cercarli, senza riuscirci.
Così si fermò ad ogni casa che trovava lungo il cammino, donando dolciumi ai bambini che incontrava, nella speranza che uno di essi fosse il piccolo Gesù.
Da ciò la tradizione vuole che, da allora, la vecchia continui a girare per il mondo, facendo regali a tutti i bambini, per farsi perdonare e
 in ricordo di quelli offerti a Gesù Bambino dai Re Magi.
La Befana, (termine che è corruzione di Epifania, cioè apparizione) è nell'immaginario collettivo un mitico personaggio con l'aspetto da vecchia che riempie di doni le calze dei bambini buoni, la notte tra il 5 e il 6 gennaio.
Viene rappresentata con un gonnellone scuro e ampio, con un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzoletto sul capo o un cappellaccio in testa, un paio di scarpe consumate , il tutto vivacizzato da numerose toppe.
Vola sui tetti a cavallo di una scopa e compie innumerevoli prodigi. 
I regali
Giggi Zanazzo ci racconta che lo scambio di doni poteva riguardare anche gli innamorati, e gli sposi.
Ma ovviamente la festività era dedicata ai più piccoli e ai ragazzini.
Come già accennato, a Roma sparita i doni erano assai modesti, e appese alle cappe del camino si appendevano due calzette: una con giocherelli,  pastarellefichi secchi, mosciarelle (castagne), un'arancia (in romanesco "portogallo"), una pigna dorata e argentata, e un'altra calzetta piena di cenere e carbone, per tutte le volta che erano stati cattivi. 

B.Pinelli
La Befana
La sera della vigilia della Befana a Roma sparita i bambini andavano a dormire presto, e una parte della loro cena era lasciata alla Befana.
E per i genitori di allora, anche per quelli poveracci era un obbligo far trovare un giocherello ai loro bambini.

La Festa della Befana nelle strade e piazze di Roma
Attualmente la festa della Befana ha come centro la scenografica piazza Navona, dove è stata tresferita dal 1872,  con tutte le sue bancarelle addobbate di giochi, presepi, dolciumi e le immancabili befane etc. .. uno spettacolo indimenticabile per grandi e piccini.
E' lo stesso Giggi Zanazzo che racconta che prima la baldoria tipica di questa festività si faceva intorno a piazza Sant'Eustacchio e coinvolgeva anche le zone limitrofe, come piazza dei caprettari  dove si faceva una gran confusione, piene di casotti, aperti dall'Avvento alla festa della Befana, che vendevano giocherelli, dolciumi e pupazzi del presepe oltre ai classici dolciumi.
I pupazzari esponevano  befane così vere e brutte, che facevano gelare il sangue ai bambini dallo spavento. 
E a Roma la festa era un momento di festa,  che si aspettava tutto l'anno. 

27 dicembre 2019

Itinerari natalizi. Il presepe all'Aracoeli


Il Bambinello
A Roma sparita ogni Natale a mezzanotte era consuetudine recarsi nella chiesa di Santa Maria dell'Ara Coeli, adiacente al Campidoglio, per vedere quello che era considerato il presepe più bello di Roma*.
Questa antica tradizione era particolarmente sentita dal popolo romano. Tant'è che la gente per andare ad ammirarlo faceva letteralmente a pugni..dimenticandosi il valore religioso della visita. (leggi anche qui)
In mezzo al presepe giganteggiava la statuetta di Gesù bambino, da secoli veneratissima dal popolo di Roma sparita, perchè considerata miracolosa
Proprio davanti al presepe era allestito una specie di palco, dove ci salivano i bambini per recitare il sermoncino al miracoloso Bambinello: cioè una poesiola sul Natale che a Roma sparita era la festa soprattutto per tutti i bambini!

Vicissitudini della statuina miracolosa
La statuina misurava 60 centimetri e da sempre era custodita nella cappella sinistra dell' altare maggiore della chiesa e risaliva al '400. 
Secondo la leggenda sarebbe stata scolpita nel legno di un olivo dell'orto del Getsemani, in Terrasanta da un francescano,
che, timoroso di rovinarla con una colorazione imprecisa, una sera, prima di addormentarsi, aveva pregato Gesù di ispirarlo, e al risveglio trovò la statuetta prodigiosamente dipinta. 
Il frate decise di portare in Italia la miracolosa statuina che però, durante il viaggio in nave a causa della tempesta, cadde in mare. Il francescano, disperato, la ritrovò sulla riva della spiaggia di Livorno nello scrigno in cui l’aveva deposta per il trasporto.
La portò nel convento sull' Aracoeli, dove divenne oggetto di un particolare culto, ritenuta miracolosa, fino a far resuscitare i morti e guarire i malati più gravi
La statuina, tenuta avvolta in un tessuto dorato, stretto stretto come si faceva un tempo per i neonati, era (ed è) ricoperta di ex voto e doni preziosi per le innumerevoli grazie concesse. 

Nel 1736 il padre Casimiro da Roma, autore delle Memorie della Chiesa d'Aracoli,  scriveva che il Santo Bambino appariva "arricchito di smeraldi, zaffiri, topazi, ametiste, diamanti e altri preziosi ornamenti, fra i quali è considerabile un alamaro di cinque pezzi, ornato con 162 diamanti legati in argento del valore di 580 scudi". Nel 1797, quando la basilica fu ridotta a una stalla, i francesi rubarono tutto. Ma forse la statuina originale non c'era già più...
La sparizione della statuina
Si racconta infatti che il due febbraio del 1797 il Bambinello sparì

Il furto si attribuì a una donna, che desiderava ardentemente tenerlo presso di sè e così fece sostituire la statuina con una copia perfetta. La leggenda non finisce qui... a mezzanotte dello stesso giorno, le campane dell’Aracoeli si misero a suonare e alle porte del convento i francescani trovarono il vero Santo Bambino. La statuina riprese il suo posto, mentre la copia fu spaccata in due parti.
Però ma secondo una tradizione degli abitanti di Cori, il cardinale Scipione Borghese nel 1798, proprio per evitare che la statuina fosse rubata o distrutta dai giacobini, la donò alla chiesa di San Giovanni in Giulianello; e qui si trova ancora, veneratissima, e si pensa sia l' originale, senza i numerosi preziosi che la decoravano.
A Roma nella chiesa all' Aracoeli ci sarebbe quindi una copia. E nel 1994 anche questa copia sarebbe stata rubata e sostituita con una nuova statuetta del Santo Bambino, comunque venerata dai fedeli che lasciano qui nuovi ex-voto.
Il Bambinello insieme alla Lupa era quindi uno dei simboli di Roma sparita e fin dai tempi antichi gli erano attribuiti poteri miracolosi di vita e di morte....

Il culto del Bambinello oggi
Dal '700 ad oggi nella chiesa dell' Aracoeli il Santo Bambino si è coperto di gioie ed ex voto, e la venerazione nei suoi confronti da parte dei romani non è mai venuta meno e le offerte preziose sono lì come riconoscimento delle grazie ricevute. E' possibile vedere accatastate , accanto alla statua del Bambinello, 
moltissime  buste provenienti dall' Italia e dall' estero. Anche oggi i bambini continuano questa antica tradizione romana legata all' immagine della statuetta miracolosa tant'è  che le inviano lettere con la semplice scritta: "al Bambin Gesu', Roma".
Si racconta anche che le sue labbra diventassero rosse quando stava per essere concessa una grazia e pallide quando non ci fosse più speranza...
O. Acherbach (1827-1905)
processione epifania Aracoeli  
Nell' Ottocento veniva portato agli infermi in una sontuosa carrozza fornita dai Torlonia. 
La processione
Il presepe nella Chiesa d'Aracoeli durava fino al 6 gennaio, giorno della Befana. 
Proprio in questo giorno, secondo un' antica tradizione, si faceva una processione e il ministro generale dell' Ordine francescano benediceva urbi et orbi la citta' e il popolo di Roma che si accalcava scalinata della chiesa dell'Ara coeli  alzando  al cielo l'amato Bambinello.
Così si festeggiava il Natale a Roma sparita. 
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*La stessa tradizione si è tramandata fino ad oggi. 

19 dicembre 2019

Roma sparita - La cena della vigilia di Natale, il cottio.

La cena del 24 dicembre, la vigilia di Natale, a Roma sparita era un momento importante che vedeva riunita tutta la famiglia per il tradizionale cenone di magro.
Cenone di magro
Si iniziava con un antipasto di olive, anguille, pescetti marinati e brodo di pesce; seguiva la pastasciutta al sugo di tonno, quindi il baccalà in umido con pinoli e zibibbo, accompagnato da broccoli e mele renette fritti in pastella. Era il cenone di magro della vigilia di Natale
E la parola stessa evoca qualcosa di importante: l'occasione per tutti (o quasi...) di sedersi a tavola e mangiare tanto e...bene. E anche il popolino, che a Roma sparita campava con poco,  spesso con il solo pane e vino, per la festa riusciva a concedersi cibo più sfizioso, seppur sempre appartenente alla cucina povera ...
Nelle case, dopo la cena, erano di rigore la tombola, e altri semplici giochi e  il "sermone", la poesiola natalizia recitata dai bambini davanti al presepe. 
Poi si andava tutti insieme alla messa di mezzanotte e particolarmente solenne era quella che si svolgeva nella basilica di Santa Maria Maggiore. 
Le tavole dei ricchi. 
Ben diverse erano le tavole dei potenti cardinali, dei monsignori, degli aristocratici
Qui non poteva mancare il pesce fresco (carissimo anche nelle epoche passate e quindi destinato solo ed esclusivamente alle tavole dei ricchi) e altri cibi prelibati e tipici ...
I cibi destinati  a questi palati eccellenti li descrive il poeta Giuseppe Gioachino Belli nel famoso sonetto: La viggija de Natale.
Leggendo questi versi, in cui la satira è feroce verso l'opulenza, verso i costosi e prelibati cibi, dei privilegiati, spesso ricevuti in dono, rispetto alla modestia dei cibi dei poveri, ci possiamo fare anche un'idea dei prodotti, andando indietro nel tempo, che non potevano mancare sulle tavole fortunate
I cibi dei privilegiati.
Così preti, cardinali, aristocratici...non si facevano mancare nulla: il torrone, il caviale, il "porco", il "pollastro", il "cappone", un buon "fiasco de vino padronale", il "gallinaccio", l'abbacchio, l'"oliva dorce", il pesce "de Fojjano", l' "ojjo", il "tonno", e l'"anguilla de Comacchio"...(vedi sonetto n. 515).

Al mercato del pesce. 
Il mercato del pesce a Roma sparita era particolarmente affollato la vigilia di Natale, poichè la tradizione, ieri e oggi, stabilisce che la cena di Natale sia di magro, cioè a base di pesce e di verdure. 
venditori di pesce
al portico d'Ottavia
(Ettore Roesler Franz)


E proprio per la cena di vigilia, la vendita all'ingrosso del pesce (il "cottio", dal latino medioevale "coctigium") iniziava l'antivigilia, il 23 dicembre, nelle primissime ore del  mattino e si svolgeva in forma di asta secondo modalità tradizionali per tutto il 24 dicembre. 
E il cottio, cioè l'asta del pesce, era uno spettacolo vero e proprio!! Coloratissimo, rumoroso, pieno di gente, romani, forestieri, popolani,  signori e signore fra i banchi che esponevano pesce di tutti i tipi. 
Caratteristici anche i termini in gergo utilizzati, in quanto comprensibili solo ai "cottiatori" e agli acquirenti , che erano venditori al minuto, gestori di trattorie, cuochi di nobili famiglie romane. (vedi video)

Luoghi dove era venduto il pesce.
Ci racconta G. Zanazzo che dal XII secolo fino agli inizi dell'Ottocento, il luogo per la vendita del pesce a Roma era il Portico d'Ottavia, nei pressi della chiesa di Sant'Angelo in Pescheria, al ghetto.
S. Prout,
La pescheria 
al Portico d'Ottavia, 
1824 ca
Ad inizio '800 si vendeva pesce, oltre che al Portico d'Ottavia, in piazza del Pantheon, in via del Panico, al Corso. 
L'opinione pubblica cominciava tuttavia a ritenere poco compatibile la salvaguardia dei monumenti più illustri con la presenza dei banchi di vendita. 
Proprio per tutelare il decoro del Pantheon, Pio VII (1800-1823) fece costruire in via delle Coppelle una nuova pescheria (la concessione per la costruzione è del 1821) vietando nel contempo che si vendesse pesce altrove, se non al Portico d'Ottavia e nelle due piazze de' Monti e di Scossacavalli (quest'ultima scomparsa a seguito delle demolizioni per l'apertura di via della Conciliazione).

Mercato a 
piazza del Pantheon
Dopo l'unità d'Italia fu deciso di spostare il mercato del pesce dal Portico d'Ottavia a piazza S. Teodoro. Il pesce veniva portato in città attraverso porta S. Paolo e porta Portese e la nuova ubicazione del mercato consentiva di evitare che la merce dovesse attraversare la città.
Il nuovo mercato (progetto e direzione dei lavori di Gioachino Erzoch) era dotato di botteghe per la vendita, di pulpiti per i banditori, di una strada per il passaggio dei carri e di illuminazione notturna, oltre che di un sistema di innaffiamento teso a migliorare le condizioni igienico sanitarie. 

Roma sparita,
 il cottìo
Il Cottio. Il “Cottio” si svolse a San Teodoro fino al 1927, quando fu trasferito ai mercati generali sulla via Ostiense.
Nella notte tra il 23 ed il 24, intorno alla mezzanotte si aprivano i cancelli dei mercati generali: anche i privati cittadini avevano facoltà di accedere al mercato dove si potevano anche gustare, a titolo assolutamente gratuito, “cartocciate” di pesce fritto (pesciolini, pescioloni, magari non di qualità estremamente pregiata ma … pur sempre pesce fresco), offerte dai grossisti. 
E allora buon appetito !!!!