Roma sparita

2 luglio 2018

Roma sparita. Il caldo estivo e i rimedi per la malaria


Gianicolo, fontanone 
dell'acqua Paola
(G.Van Wittel)
Il piacere di stare all'aria aperta d'estate a Roma sparita nelle ore del tramonto e della sera era ..rischioso per la salute!! 
Residenti, stranieri, e viaggiatori sapevano tutti che era imprudente trattenersi nelle belle e profumate serate estive fuori, all'aperto..
Ma che fare se il caldo dei mesi di luglio e agosto diventava calor febbrile, cioè faceva così caldo da alzare la temperatura corporea ?
Si credeva che un segno che l'aria dell'estate romana non era buona era l'assenza delle mosche. 
Se l'aria non era buona per le mosche figuriamoci per i cristiani!! 


Il problema dell'Agro Romano
Roma nel 1870, in quanto sede della monarchia e della corte, del governo e degli organi centrali della burocrazia si avviava ad essere oggetto d’una massiccia trasformazione edilizia e urbanistica. 
C'era però anche un annoso problema da risolvere: intorno alla città si estendeva una landa desolata e semideserta: l'Agro romano.
Si trattava di un immenso territorio fatto di pascoli e boschi infestati da stagni paludi, interrotto da pochi seminati e da una fascia di vigne ed orti dentro la città. 
Era un territorio insalubre, infestato dalla temibile malaria. 
Questi luoghi inospitali erano famosi anche per le scorrerie dei briganti che vi dominavano incontrastati.

L'Agro Romano è il vasto territorio intorno a Roma, con una superficie di oltre 212.000 ettari, che fino alla bonifica era pressocchè disabitato perché infestato dalla malaria
Era diviso in 362 latifondi, e la proprietà più estesa era della famiglia Borghese con 22.000 ettari, seguìta dal Capitolo di San Pietro e dall'Ospedale di Santo Spirito. I terreni, salvo poche eccezioni, non erano condotti dai proprietari, ma dati in fitto ai cosiddetti mercanti di campagna, categoria imprenditoriale di grande intraprendenza che provvedeva direttamente alla gestione delle aziende ricavandone proventi considerevoli e corrispondendo ai proprietari un utile fisso che permetteva loro di vivere senza preoccupazioni.
A partire dal 1884, dopo una ponderata e seria valutazione tecnico scientifica delle diverse possibilità d’intervento sulla difficile e pericolosa situazione, si decise la realizzazione di una serie di canali che avrebbero consentito il deflusso delle acque stagnanti con cui le paludi furono ridotte.

La malaria nell'Agro romano
Sin dal medioevo la malaria a Roma, e nel suo distretto, mieteva un alto numero di vittimee il più noto e attrezzato ospedale della città, il Santo Spirito, accoglieva ogni anno migliaia di “uomini febbricitanti”. 
Scarsissima la popolazione che ci viveva, così descritta:"uno stato di vita quasi selvaggio, vitto scarso e cattivo rendono miserabilissime le condizioni di vita della campagna romana".
Se Roma non fosse diventata capitale del Regno, difficilmente il problema
della malaria sarebbe stato affrontato sin dagli inizi degli anni Settanta dell'800.

La malaria
particolare dell'Agro romano
Le febbri malariche erano molto diffuse nella popolazione: particolarmente fra gli operai e i braccianti agricoli, che erano costretti a lavorare all’aria aperta nelle campagne dell'Agro durante la stagione estiva.
La malaria, termine che deriva dall'italiano 'mala aria' ed è stato adottato nella letteratura medica internazionale, è una malattia febbrile ed acuta,  trasmessa agli esseri umani attraverso la puntura delle zanzare di solito tra il tramonto e l'alba.
Il quadro clinico della malaria esordisce acutamente con febbre accompagnata da brividi e sudorazione; la febbre decorre inizialmente in modo irregolare e solo dopo una settimana tende a ripetersi con accessi periodici, distanziati tra loro di 48 ore (malaria terzana) o di 72 ore (malaria quartana).

Rimedi popolari per curare la febbre
Per affrontare le febbri provocate dalla malaria, potevano mancare i consigli delle comari romane? 
Uno dei rimedi consigliati, e riportato da Zanazzo,  consisteva nel mettere in una pentola bella grande due boccali di acqua, e la buccia di una diecina di limoni romaneschi. Si dovevano far bollire fino al consumo dell'acqua di circa la metà.
Quest'acqua si doveva poi imbottigliare e bere, nella dose di mezzo bicchiere la mattina e mezzo bicchiere a mezzogirono e mezzo bicchiere la sera.
Inoltre si doveva stare ben coperti, sudare e così si sarebbe guariti.

Contro le febbri terziane

Hebert, La malaria
Per le febbri che colpivano gli ammalati ogni 48 ore, si consigliava di bollire in una pentola bella grande due boccali e mezzo di acqua, due libbre di  salvia, una libbra di rosmarino. Si doveva anche in questo caso ridurre i liquidi della metà.
Quindi andava filtrata, imbottigliàta, e bevuta la mattina a diggiuno, e come si diceva a Roma saprita: non si doveva avere paura di nulla....

Contro le febbri quartane
Contro la malaria quartana , che veniva ogni 72 ore si procedeva come per le febbri terziane, sortanto che invece di metterci l’acqua nella pentola ci si dovevano mettere due boccali o tre di vino buono. Quindi si doveva bere: mezza fojetta (1) la mattina, mezza a mezzogiorno, e mezza la sera; fino  a completa guarigione.. 

Anche Gioacchino Belli conosceva l'aria cattiva di Roma...
Una conferma dell'aria cattiva che si respirava a Roma, nei caldi mesi di luglio e agosto, è in un sonetto del poeta Giuseppe Gioacchino Belli intitolato appunto L’aria cattiva scritto il 5 giugno 1845. 

Belli invita, con grande impeto, i forestieri ad andarsene per paura del caldo, e delle epidemie che spesso si portava dietro.
Belli si conosceva il terribile colera che quasi 10 anni prima gli aveva portato via via la moglie Mariuccia.

L’aria cattiva

Scappate via, sloggiate, furistieri:
fora, pe ccarità, cch’entra l’istate.

Presto, fate fagotto, sgommerate,
ché mmommó a Rroma sò affaracci seri.

Nun vedete che ppanze abburracciate?
che ffacce da spedali e ccimiteri?
Da cqui avanti, inzinenta li curieri
ce mànneno le lettre a ccannonate.

Si arrestate un po’ ppiú, vve vedo bbrutti,
ché cqui er callo è un giudizzio univerzale:
l’aria de lujj’e agosto ammazza tutti.

Pe ppiú ffraggello poi, la ggente morta
séguita a mmaggnà e bbeve, pe stà mmale
e mmorí ll’ann’appresso un’antra vorta.


[Versione

Scappate via forestieri, 
fuori per carità che entra l'estate
: fuori, preparate i fagotti, sgomberate, 
che adesso a Roma sono affari seri. 

Non vedete che pance gonfie ? 

che facce da ospedali e cimiteri?
Da qui in avanti, i corrieri 
consegnano le lettere con il cannone.


Se restate un pò di più, vi vedo brutti, 
che qui il caldo è come il giudizio universale:
l'aria di luglio e agosto ammazza tutti.
Per maggiore flaggello poi, la gente sebbene sia quasi morta 
continua a mangiare e a bere, per star male
 e morire l'anno appresso un'altra volta]
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(1) Le misure utilizzate a Roma per il vino erano: il Sospiro o Sottovoce era un semplice bicchiere, corrispondente ad un decimo di litro; poi c’era il Cirichetto, cioè un quinto di litro, il Quartino, la classica Fojetta da mezzo litro e il Tubbo, un litro. La caraffa da due litri veniva invece chiamata Barzilai, dal nome di un politico romano di fine ‘800, inizio ‘900, che usava offrire vino in gran quantità ai suoi elettori.

29 giugno 2018

29 giugno - La Girandola, Castel sant'Angelo e la festa di san Pietro e Paolo.

Lo spettacolo pirotecnico noto come Girandola fu messa in scena a Castel Sant’Angelo a partire dalla prima metà del Cinquecento, secondo uno schema sostanzialmente costante che perdurò fino al XVIII secolo. 

Origini lontane Nato nel lontano 1481, durante il pontificato di Sisto IV (Francesco della Rovere 1471-1484),  il grande spettacolo di fuochi d’artificio, fu organizzato il 29 giugno principalmente per la festa  dei Santi Pietro e Paolo, patroni di Roma .
In queste occasioni la stessa struttura architettonica di Castel Sant’Angelo diveniva fulcro dell’apparato pirotecnico. 
I fuochi iniziavano dai torrioni laterali per concludersi con il grande fuoco centrale, nella parte più alta della struttura. 

La girandola ha colpito l'immaginazione dei moltissimi spettatori ed è stata raccontata anche nelle pagine di Charles Dickens e nei sonetti di Gioacchino Belli (La ggirànnola der 34 ), immortalata nelle stampe di Piranesi e nelle opere dei grandi pittori del passato.  
festa della Girandola a Castel Sant’Angelo 
(G. Lauro,
acquaforte, 1624

 (Museo di Roma, Palazzo Braschi)**.

La Girandola si faceva per ogni occasione.
"La Maraviglia del Tempo", anche così era chiamata, nasce a Roma nel 1481 per volontà di Papa Sisto IV e, da quel momento in poi, viene utilizzata per celebrare i principali eventi e festività religiose dell’anno:  come la Santa Pasqua, la ricorrenza dei Santi Pietro e Paolo e l’incoronazione del nuovo Papa, addirittura per i loro compleanni, e per le venute dei principi.
Possiamo dire che ogni occasione era buona...
Questo singolare “prisma  pirotecnico” era un unicum nell’arte dei fuochi d’artificio e richiamava spettatori da tutta Europa, di ogni nazionalità e ceto. 
Tradizionalmente attribuita a grandi artisti come Michelangelo Buonarroti (quando lavorava per Giulio II), sicuramente migliorata e rielaborata da Bernini, andò in pensione nel 1861 dopo quasi quattro secoli.
Non si trattava di un semplice fuoco d’artificio, ma la Girandola era un evento che richiamava spettatori da tutta Europa, un appuntamento dove accorrevano stranieri di ogni grado e ceto sociale. 
Nel 1851 la girandola viene trasferita sul piazzale del Pincio.

La Girandola oggi 
Franz Theodor Aerni-La Girandola
A CastelSAngelo (Museo di roma)
1874-80
Da qualche anno, questa bella tradizione è stata ripresa e si avvale della  tecnologia per l’accensione dei fuochi. In passato servivano 100 uomini, oggi  18 tecnici e un progettista sono in grado di fare – in tutta sicurezza – il lavoro. Scrupolosamente fedeli all’antica Girandola sono le miscele dei fuochi, per garantire la brillantezza e i colori del Rinascimento. Il tutto, con tecniche complesse e grandiose come quelle del passato: 5 punti di partenza dei fuochi, oltre 400 “accelerazioni”, 600 tra “candele romane” e “fontane falistranti”.

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**L’acquaforte, eseguita dall’incisore Giacomo Lauro attivo a Roma dal 1583 al 1645, riprende lo spettacolo con una prospettiva frontale dalla piazza di Ponte. L’incisione assume particolare valore nella documentazione del torrione costruito da Alessandro VI (Rodrigo Borgia 1492-1503), poi demolito nel 1628 da Urbano VIII (Maffeo Barberini 1623-1644), evidente oltre il ponte Sant’Angelo, ancora decorato dalle sole statue dei Santi Pietro e Paolo

18 giugno 2018

23-24 giugno - La notte delle streghe a piazza San Giovanni

Il 24 giugno è la festa di San Giovanni Battista,  patrono  di Roma. 

E a Roma sparita era festa grande.
La festa aveva inizio la notte precedente, il 23 giugno, la famosa « notte delle streghe»
Religione e superstiz+]ione si intrecciavano in questo ricorrenza molto sentita dal popolo romano.
La notte più breve dell'anno
Quella fra il 23 e il 24  giugno è la notte più breve dell'anno, in quanto  comincia l’estate, Il solstizio d'estate il sole raggiunge la sua massima inclinazione positiva rispetto all’equatore celeste, per poi riprendere il cammino inverso. Tutte le leggende si basano su questo evento considerato magico e sacro nelle tradizioni precristiane ed ancora oggi viene celebrato dalla religiosità popolare con una festa.

Porta san Giovanni 
verso via Appia Nuova
(incisione di G.B. Piranesi, 1748)

La notte delle streghe 
Secondo le tradizioni popolari, si credeva che le streghe, in quella notte magica, si dessero appuntamento nei pressi della basilica per un  grande Sabba e andassero in giro per la città a catturare le animeLe streghe venivano chiamate a raccolta dai fantasmi di Erodiade e Salomè, dannate per aver causato la decapitazione di san Giovanni.
Anche il poeta romanesco G.G.Belli ne parla in un sonetto intitolato San Giuvan-de-ggiuggno
[clicca qui ....] 


Riti per tenere lontane le streghe
Curiosando nei testi di Giggi Zanasso. Durante quella notte magica, venivano fatti falò per tenere lontano il male. 
Parecchi poi erano i rituali seguiti contro le streghe
E le comari di Roma sparita raccontavano che se la strega voleva entrare doveva prima contare tutti gli zeppi della scopa o i grani del sale. 
G. Vasi, Basilica di San Giovanni 
(sec. XVIII)
E se sbagliava doveva ricominciare da capo!!
Anche la croce era un elemento che spaventava le streghe, che in alternativa utilizzavano la cappa del camino.. e allora anche qui si faceva la croce con le molle e la paletta incrociate, oppure si otturava.
La paura delle streghe era infatti tanta.. e così insieme a lanterne e torce,il popolo si portava dietro bastoni fatti a forcina, scope, teste d'aglio e quelli che potevano si profumavano con la spighetta cor garofoletto.
Prima della festa, si andava in parrocchia a prendere una boccia d'acqua santa appena preparata: perchè ai tempi di Roma sparita l'acqua santa aveva una scadenza: quella stantia non era più buona !!
Con quest'acqua, prima di uscire da casa ci si doveva benedire i letti, la porta e la casa stessa.

Prima di dormire poi si diceva due volte il Credo, e ogni parola si doveva replicare per due volte. Io credo, io credo, in Dio padre, in Dio padre, ecc., e così per le altre preghiere..
Si credeva che questo doppio credo era veramente il massimo per tenere lontane le streghe.

Le donne protagoniste della festa
Roma nell'Ottocento - venditori di lumache
a piazza san Giovanni
E in passato le vere protagoniste della festa erano le donne, spesso vestite con abiti maschili che, in quanto colpevoli del martirio del santo, non potevano entrare nella basilica e si fermavano davanti alla basilica provocando gli uomini e chiedendo loro una "mancia". 

Era un'occasione per mangiare le lumache 
Si partiva in massa da tutti i rioni di Romaal lume di torce e lanterne, per arrivare a San Giovanni in Laterano per pregare il santo, ma anche per mangiare le lumache nelle osterie e nei baracchini allestiti sulla piazza appositamente per questa festa. 
Le lumache avevano un significato simbolico, poichè le loro corna
rappresentavano discordie preoccupazioni, quindi mangiarle significava distruggere le avversità. 
E a proposito delle lumache ...c'era anche chi se le portava cucinate da casa, perchè non si fidava dello spurgo che facevano gli osti romani. 
Come di consueto nelle osterie di Roma sparita, si serviva anche  solo il vino mentre il cibo veniva prima cucinato in casa (chi non conosce ancora oggi le famose fraschette dei Castelli romani!!!). 
Sempre Zanazzo ci racconta di un altro luogo di incontro fuori porta san Giovanni, nei pressi della fonte dell'Acqua santa sulla via Appia, alla Salita degli Spiriti,era l'osteria delle Streghe dove si andava a cenare.
E la cena spesso finiva con pesanti litigi, in quanto gli osti riciclavano gusci di lumaca, cioè gusci vuoti, il cui contenuto era stato già mangiato dai clienti venuti prima....

A pranzo coi parenti per fare pace.
Altra tradizione, che perdurava anche al tempo in cui scrive Zanazzo, era quella di fare un pranzo, il giorno di san Giovanni, fra i parenti con i compari e le commari, anche per fare in modo che se c'era un po' di ruggine fra di loro, si potesse fare pace con una buona mangiata di lumache.

E.F.Roesler
 L'alba alla festa di san Giovanni.
La festa in piazza san Giovanni in Laterano
Per la festa l'imponente piazza San Giovanni si riempiva di tantissima gente, si mangiava e si beveva in abbondanza e soprattutto tanto rumore invadeva questi luoghi: trombe, trombette, campanacci, tamburelli e petardi di ogni tipo venivano suonati per impaurire le streghe, affinché non potessero cogliere le erbe utilizzate per i loro incantesimi. 
Tutto ciò costituiva un problema per l'ordine pubblico e così le autorità vietarono spesso di andare nei luoghi disabitati (ad es. Monte Testaccio) mentre, veniva consentito il bagno al Tevere, per le proprietà taumaturgiche date dal santo alle acque. 
Tutto questo baccano durava fino all'alba. 
Allora la festa si concludeva, quando dopo lo sparo del cannone di Castello, il papa si recava a San Giovanni per celebrare la messa, e dalla loggia della basilica gettava monete d’oro e d’argento, scatenando così la folla presente.

5 giugno 2018

13 giugno. Festa di Sant' Antonio e il trionfo delle fragole.

A. Pinelli, Il trionfo delle fravole (fragole)
Il 13 giugno si festeggia sant'Antonio da Padova, che a Roma sparita era anche il protettore dei cosìdetti fravolari, cioè dei venditori di fragole.

Storia di sant' Antonio
Antonio nacque a Lisbona. Canonico regolare, poi francescano, predicò dappertutto, nel Portogallo prima, poi in Italia, nutrendo le sue parole con la dottrina delle Sacre Scritture. 
Professore di teologia e nello stesso tempo predicatore, combatté l'eresia con estremo vigore e con una eccezionale forza di convinzione. 
Morì a Padova il 13 giugno 1231 all'età di 35 anni in concetto di santità. All'indomani della sua morte innumerevoli miracoli fecero sì che egli fosse invocato dai fedeli come un infaticabile taumaturgo.



Non è chiaro perchè sant'Antonio fosse stato scelto a Roma come il protettore di quanti raccoglievano e vendevano fragole. 
Certamente non c'è attinenza fra la sua storia e le fragole. 
San Antonio infatti ebbe un'attività volta soprattutto a pacificare le lotte, a reprimere l'usura a liberare i prigionieri e a convertire i malvagi, nulla quindi a che vedere con le fragole o con altre categorie che lo vedevano come santo protettore (vedi calzettari e sartori).
E' probabile che la devozione al taumaturgo di qualche fravolaro abbia determinato la scelta del protettore.

Le fragole
La storia della fragola in Europa, per secoli è rimasta legata alla raccolta dei piccoli frutti delle piante spontanee del sottobosco, o di sporadiche coltivazioni.Questo frutto era conosciuto e apprezzato già dall’uomo preistorico, come testimoniano alcuni reperti rinvenuti in zone montagnose e lacustri dell’Europa centro-occidentale.
Nella Bibbia, nelle favole mitologiche e in alcuni dei più antichi trattati di medicina e botanica, si trovano elogi e menzioni di questo prelibato frutto 
La vera coltivazione è iniziata dal 1623 quando furono importate in Francia, dall’America del Nord,  e, nel 1712 dal Cile, specie che producevano frutti molto più grossi. 
Roma, venditore ambulante
 di fragole fresche
Insomma dalla fine del 1600, pur trattandosi sempre di materiale originato nei boschi, si iniziò a dare un senso “orticolo” alla
pianta, anche se utilizzata prevalentemente come elemento iconografico e di prelibatezza della tavola. Si può quindi affermare che la fragola coltivata è una coltura degli ultimi trecento anni.

La festa dei fravolari .  
A Roma sparita il 13 giugno si celebrava Sant'Antonio da Padova, anche come protettore dei fravolari. La festa era chiamata il trionfo delle fragole, perchè dedicata a questo frutto dolce come il nettare e molto amato dai romani fin dai tempi antichi. 
Tutti i raccoglitori, i venditori e le belle venditrici di fragole invadevano le piazze e strade di Roma, portandosi dietro ceste piene di frutti coloratissimi
Per festeggiare Sant' Antonio e le fragole si seguiva un rituale fisso
Un fravolaro portava sulla testa un gran canestro fatto come un trionfo, tutto guarnito di fragole e arricchito intorno con tanti canestrini inargentati con la carta e pieni appunto di fragole.
Pierre Auguste Renoir, Fragole
Il cima al trionfo si innalzava la statuetta di san Antonio, che era proprio il protettore dei fravolari (=fragolari).
Seguiva la statuetta un corteo composto da tutti i fravolari vestiti a festa. Si  cantava al suono del tamburello tanti ritornelli tutti in onore di sant'Antonio e delle fragole.
Questa processione partiva da piazza Campo dei fiori, sede di uno dei più importanti mercati di Roma, e passava per le più belle strade e piazze di Roma.



26 maggio 2018

Roma sparita - Riti magici per innamorati


E sull'amore a Roma sparita, le comari romane la sapevano lunga...
I consigli per risolvere le questioni fra innamorati erano, come al solito, dettati da credenze popolari, superstizioni etc. che si tramandavano da madre in figlia...
Da notare che i consigli si rivolgevano esclusivamente alle donne..e questo la dice lunga sulla condizione subordinata della donna in amore, e non solo.
I suggerimenti per le ragazze che litigavano col fidanzato (a Roma era usanza chiamare l'innamorato fritto).
e volevano far pace consistevano perlopiù nel recitare delle cantilene abbinate a piccoli riti. 
Una di queste consisteva nel mettersi alla finestra e aspettare la prima stella che appariva nel cielo. Quindi dire così:
«Stella der mare turchin celeste,
Fa cch’er core de chi mm’ama stii in tempeste:
Stii in tempeste tale che nun possi ariposà’,
Ni bbeve, ni mmagnà’,

E ssempre a mme ppossi pensà’».
[Versione «Stella di mare turchina celeste, 
fa che il cuore di chi mi ama stia in tempesta:
stia in una tempesta tale che non possa riposare, non bere, non mangiare, e sempre a me possa pensare»]

Dette queste parole, l'innamorata doveva fare attenzione ad alcuni avvenimenti...
Se si sentiva abbaiare un cane era segno che il ragazzo era fedele.
Se si sentiva fischiare un uomo, era segno di tradimento
Se si sentiva suonare una campana era segno che pensava a lei ... 
Il rituale continuava facendo un nodo al laccio del grembiule e dicendo tre Pater noster .

A volte si ricorreva alla fattucchiera (e il luogo dove fioriva questo tipo di attività era il ghetto di Roma). Con due fettucce, una bianca e una rossa, la fattucchiera faceva una treccia lunga lunga.  E dopo averla consegnata all' innamorata diceva : «Ogni otto giorni, sciogli un nodo da una parte e rifarlo dal'altra»  e rivolgendosi al diavolo in persona: «Diavolo agisci: sciogli l’odio e lega la pace».
E la maga, la fattucchiera ancora oggi è spesso una figura ricercata da chi soffre per amore e vuole legare a sé qualcuno con pozioni e riti magici  ...

Il nodo. A ben vedere, spesso questi suggerimenti delle comari romane  ruotavano intorno  alla simbologia del nodo inteso come metafora  del legare a sè la persona amata.
Un altro rito prevedeva che all'una di notte l'innamorata si affacciasse alla finestra, e , mentre annodava il fazzoletto, recitasse una cantilena:  «Un’ora bbatte, un’ora sôna,
Io sto ddrento, lui stà ffôra.
Vadi a llevante, vadi a pponente,
Vadi (er nome de’ regazzo) co’ ttanta ggente:
Che ffai? che ppensi? Indove vai?
— Vado da quella fattucchiera (er nome de la regazza).
Che mme fa ’na fattura potente e fforte
Che nu’ la possi lasciare fino a la morte»

[Versione. «Un'ora batte, un'ora suona,
Io sto dentro, lui sta fuori,
Vada a levante, vada a ponente,
vada (nome del ragazzo) con tanta gente:
Che fai ? Che pensi? Dove vai?
- Vado da quella fattucchiera (il nome della ragazza)
che mi fa una fattura potente e forte
che non lo possa lasciare fino alla morte»]
.
Quindi doveva legare il fazzoletto e dire: «In questo modo té voglio legare; come un Cristo té voglio incrociare , Ché nun me possi mai lasciare!»]
[Versione «In questo modo ti voglio legare;
come un Cristo ti voglio mettere in croce, affinchè tu non mi possa più lasciare».]

Il rito prevedeva poi che la ragazza buttasse una manciata di sale grosso per le scale; e infilasse un coltello sotto il tavolino da pranzo, lasciandolo lì fino a sera...I tempi previsti per questo rito erano stretti:un'ora in tutto.

Il coltello nella Roma sparita era un elemento fondamentale per gli uomini e anche per le donne. 
Appena una ragazza si metteva a fare l’amore, la prima cosa che regalava al suo ragazzo era proprio un coltello. Sulla lama spesso faceva incidere il suo nome : Nina, ’Nunziata, Rosa, Crementina, oppure: Amore mio, core mio, stella mia, pensiero mio. 
E risulta anche che a vendere i coltelli fossero, zitte zitte nei vicoli di Roma, proprio le donne romane.

Le serenate.  Altra tradizione importante nel mondo di Roma sparita erano le serenate fatte dall'innamorato alla sua bella.
Di notte, le strade all'epoca era quasi tutte al buio, in quanto mancava l'illuminazione e i lampioni erano rari come le mosche bianche. Buio pesto quindi soprattutto al rione Regola, Monti e per Trastevere.
Spesso nella notte buia o illuminata solo dalla luna,  una bella voce rompeva il silenzio cantando una tarantella accompagnata dal colascione *  o dal mandolino.
La serenata  era fatta da qualche giovanotto che stava in collera con la sua ragazza, e questa, a sentirlo cantare s’inteneriva e apriva la finestra per salutarlo. Allora la pace era fatta !
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 *Antico strumento musicale popolare a tre corde

21 maggio 2018

Roma sparita. Riti per l'Ascensione di Gesù.



Giotto-Ascensione di Gesù
La  festa dell'Ascensione di Gesù  si colloca di norma 40 giorni dopo la Pasqua.
In base a quanto narrato dal Nuovo Testamento, l'Ascensione è l'ultimo episodio della vita terrena di Gesù: questi, quaranta giorni dopo la sua morte e risurrezione, è asceso al cielo. 
Questa ricorrenza è celebrata in tutte le confessioni cristiane e, insieme a Pasqua e Pentecoste, è una delle solennità più importanti del calendario ecclesiastico.
A Roma sparita questa importante festa cristiana era caratterizzata da alcune credenze molto particolari.

Curiosando nei testi di Giggi Zanazzo. La vigilia dell'Ascensione veniva vissuta come un momento importante non solo per la tradizione cristiana, ma anche per la vita del popolino credulone, superstizioso e sempre in balia di eventi tragici e inspiegabili: malattie, disgrazie, catastrofi etc.
Così ogni occasione era buona per mettere in atto una serie di semplici gesti dettati dalle credenze popolari di cui le famose "comari" romane sapevano tutto.
La Maddonna andava in giro di notte.
Per una tradizione tramandata chissà da quando e da chi,  il popolo credulone doveva prendere un uovo fresco, metterlo un piccolo canestro, con dentro acceso un lumino, e ciò fatto depositarlo fuori della finestra all'aria notturna.

Si credeva infatti che la Madonna, nella notte,  andasse in giro qua e là e quando passava davanti alle case benedisse l'uovo.
Il giorno dopo si doveva prendere l'uovo, romperlo e dentro ci si sarebbe trovata cera vergine.
Questa sostanza diventava così miracolosa e si doveva conservare come una reliquia
Acquisiva infatti, non si sa come,  il potere di tenere lontani dalla casa i fulmini e le saette, e cosa ancora più importante tutte le disgrazie
E addirittura serviva anche a guarire le malattie!!

Erano tempi in cui ci si attaccava a tutte le superstizioni per allontanare da sè le disgrazie e le malattie!! 
Così importanti occasioni religiose erano accompagnate da una serie di riti e superstizioni cui il popolo credeva per allontanare la sfiga!!
Accanto al canestrello con l'uovo e il lume acceso,  fuori della finestra era in uso mettere anche un secchio d'acqua.
Ovviamente quest'acqua diventava benedetta, e  la mattina dopo, giorno dell'Ascensione, sarebbe stata utilizzata per lavarsi e si sarebbe dovuta bere. 
L'acqua che rimaneva si conservava, perchè era una mano santa per i dolori alle gengive e per tanti altri malanni.


20 maggio 2018

Roma sparita. La cura dei denti.

Un altro grave problema a Roma sparita era la cura dei denti. 
Per preservarli da qualunque malanno i rimedi indicati dalle comari, di cui si fidava Giggi Zanazzo, la soluzione era di sciacquarli mattina e sera con il piscio caldo. Si proprio così!!!
Questo liquido serviva anche a mantenerli bianchi e puliti.

Altro elemento che faceva bene ai denti era la polvere del pane abbrustolito, e anche la polvere di carbone, la cenere del sigaro e il bicarbonato in polvere.

Quando facevano male poi perchè erano cariati faceva bene metterci sopra un mozzicone di sigaro, oppure sciacquarsi la bocca con l'acquavite
Un altro rimedio che era considerato una manosanta era questo: si doveva prendere un osso di pesca, metterlo sulla cenere calda a riscardarlo e poi metterlo in bocca dalla parte del dente che doleva, e il dolore si calmava.
Un altro rimedio riguardava quella che si chiamava tignola dei denti, cioè le carie. In questo caso si doveva comprare un pentolino piccolo, e farci bollire un pò di radice di salvia, radice di ortica, e mezza fojetta di aceto buono
frate Orsenigo
Si faceva ridurre questo liquido alla quantità di mezzo bicchiere, e con questo ci si doveva sciacquare i denti e le carie sarebbero sparite...
Frate Orsenigo
In casi gravi, tutti però sapevano che ci si poteva recare all'Isola tiberina accanto alla chiesa di San Bartolomeo. Qui aveva aperto un ambulatorio un frate - dentista, detto cavadenti, che con metodi risoluti cavava i denti senza tanti complimenti.
Si chiama Giovanni Battista Orsenigo, ed era nato a Pusiano (Como) nel 1837, aveva fatto la terza elementare ed era figlio di macellaioAll' ordine si era presentato con 38 libri e 12 ferri per denti. 
Oltre alla gente comune molti personaggi dell' epoca ricorrevano alle sue tenaglie, che in alcuni casi erano il pollice e l'indice. Sfilarono, dal 1868 al 1903, davanti al frate i denti sconquassati di Giolitti, di Crispi, di Ruggero Bonghi, di Carducci quando era ospite dell' editore Angiolino Sommaruga in via Due Macelli. 
Orsenigo poi andò al Quirinale al dolente richiamo della regal bocca della Regina Margherita, a papa Leone XIII senza che se ne accorga, porta via un molare, così pure alla divina cantante Adelina Patti. Quando andò in Vaticano per la piorrea di un Monsignore, Pio IX lo volle conoscere, gli disse che anche lui vorrebbe aver bisogno del suo tocco fatato ma che, peccato!, i denti non ce li aveva più. Orsenigo lavorava praticamente gratis, anche se non disdegnava qualche offerta dai benestanti.
Frate Orsenigo ebbe grande notorietà nella Roma Umbertina di fine Ottocento e la sua fama varcò l’Oceano, al punto da finir segnalato ne “Il Guinness dei primati” in quanto, avendo preso a collezionare i denti che estraeva nell’Ambulatorio dell’Ospedale Fatebenefratelli all’Isola Tiberina, riuscì a metterne assieme oltre due milioni: per l’esattezza, ad una conta effettuata nel 1903, ossia l’anno prima della morte, erano già arrivati a 2.000.744.
Dall'Isola Tiberina  Orsenigo non si mosse mai più, continuando ininterrottamente a cavar denti fino all'anno 1904 che lo colse la morte. Nessuno s'azzardò mai ad assegnargli altri incarichi o ad inviarlo in altre Comunità, in quanto lo si riteneva assolutamente insostituibile in quell'ormai mitico Gabinetto Dentistico datogli accanto alla spalletta di Ponte Quattro Capi.