Roma sparita

16 ottobre 2018

Roma sparita. Storia di Guendalina Talbot, donna buona e caritatevole

 Gwendaline Talbot,
contessa di Shrewsbury
(1817-1840)
Tanta povera gente, tanti bisognosi,  ammalati, invalidi, mendicanti popolavano Roma sparita
In un mondo in cui non esisteva il welfare, un aiuto poteva venire ai bisognosi  da una delle tante istituzioni caritatevoli, che nei secoli erano state create anche con l'obiettivo di arginare e controllare questa diffusa piaga sociale. 
Lo scopo non era spesso quello della carità cristiana,  ma piuttosto il pericolo per l'ordine pubblico, che una massa di diseredati in giro per la città costituiva.
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Talvolta alle istituzioni religiose, agli ospedali, ospizi etc si affiancavano uomini e donne che avevano fatto della carità uno scopo di vita cristiana. 

Ovviamente questi benefattori e  benefattrici si contavano sulle dita delle mani.

Una dama per le strade di Roma. In questa difficile situazione, una dama in particolare, diventata un personaggio nelle strade di Roma, aveva fatto breccia nel cuore dei diseredati romani, che rimasero fedeli anche alla sua memoria per la bontà, la misericordiaassistenza  dimostrata nei loro confronti da questa giovane nobildonna. 
E se ne ricordarono per un lungo periodo!!!
Si trattava di Guendalina Borghesenata Talbot, che morì prematuramente nel 1840 alla giovane età di soli 23 anni, e che, come detto, rimase a lungo nella memoria del popolo. 

Viaggi a fini educativi
Guendalina Talbot era una nobildonna inglese, nata il 3 dicembre 1817 nella contea di Gloucestershire, in Inghilterra da nobile famiglia di origine irlandese. 
Insieme alla famiglia cominciò fin da piccola a viaggiare: Francia, Svizzera e Italia. 
A Roma nel 1823, Guendalina inisieme al padre Conte di Talbot fu ricevuta da Pio VII e si racconta che la ragazzina riportò grande impressione dalla figura del pontefice e della città, dove ritornò anche negli anni successivi per passare l'inverno, giovandosi insieme alla sua famiglia del clima mite della città. 
Dopo un soggiorno a  Napoli, nel 1826 era di nuovo a Roma, e dopo,  facendo un lungo viaggio, torno di nuovo in Inghilterra
Il padre era infatti convinto dell'importanza dei viaggi a fini educativi. E proprio in quel periodo Guendalina  cominciò ad approfondire la sua cultura con lo studio della storia, di cui quella romana era un capitolo importante, nonchè delle lingue italiana e francese

Guendalina giovane donna misericordiosa
E già, quando risiedeva in Inghilterra, cominciò ad interessarsi dei poveri, dei diseredati che circondano le tenute di famiglia.
In quanto ad aspetto fisico, Guendalina era bellissima e ricordava le angeliche figure dipinte da Raffaello
Arrivata a 17 anni, bella, ricca, nobile, con una buona educazione e un animo gentile e misericordoso Guendalinadopo aver viaggiato tanto, era di nuovo a Roma, ormai diventata sua seconda patria. 
Marc'Antonio Borghese
Qui non poteva sottrarsi all'ammirazione di signori romani che iniziarono a corteggiarla. E varie furono le richieste di matrimonio. 

Incontro con Marc'Antonio Borghese
Fra i tanti, Guendalina conobbe anche il principe Marc'Antonio Borghese che ne rimase incantato e ben presto ne chiese la mano.
Marcantonio V BorgheseVIII principe di Sulmona, IX principe di Rossano (1814 – 1886), era nato il 23 febbraio 1814 a Parigi, dove trascorse gli anni della giovinezza. Nel 1833 si trasferì a Roma con il padre, assecondando così il volere di Papa Gregorio XVI
L'anno seguente chiese la mano di Guendaline Catherine Talbot (Cheltenham1817 – Roma1840), figlia di Lord John Talbot, XVII Conte di Shrewsbury e noto archeologo. 
Dopo aver dato un memorabile ballo in maschera in onore della giovane nel periodo di carnevale, l'11 maggio 1835 il cardinale Thomas Weld, cugino di Lord Shrewsbury, celebrò le nozze nella cappella di Palazzo Odescalchi
Da questo matrimonio nacquero quattro figli, dei quali solo una sopravvisse all'epidemia di colera che imperversò in europa e a Roma fra il 1835-38.  Guendalina si salvò dalla peste ma nel 1840 morì, forse di scarlattina, a soli ventitré anni. 

Guendalina principessa caritatevole 
A Roma la principessa si fece notare per le tante opere caritatevoli nei confronti dei diseredati, degli ammalati e dei bisognosi. L’attenzione ai più deboli, ai poveri, agli ammalati abbandati, nella prima metà dell’800, sono il centro dell’instancabile attività caritativa e di promozione sociale svolta di questa nobildonna.
Anche durante l'epidemia di colera, sopra ricordata, fu instancabilmente al fianco degli ammalati, Lei che poteva vivere nel lusso sia per la sua nascita, che come conseguenza del suo matrimonio.
Non solo, si ha notizia che promosse anche alcune istituzioni caritatevoli come i Fratelli della Dottrina cristiana per l'istruzione dei figli del popolo e dei poveri, le congregazioni parrocchiali delle dame romane per il soccorso ai poveri, e la congregazione parrocchiale per la propaganda della fede.
Il ricordo dell'animo caritatevole di questa principessa "le cui doti della mente erano vinte da quelle del cuore"(1) rimane nei compianti scritti per la sua scomparsa e nella biografia postuma, mentre la bellezza di Guendalina Talbot Borghese sopravvive nei suoi ritratti commissionati dal marito, alcuni realizzati dal pittore Giovanni Battista Canevari (1789-1876).

Racconta Zanazzo. 
Conferma a quanto detto si trova anche le pagine scritte da Zanazzo che contengono un ricordo di questa pia nobildonna.
Fino a qualche anno prima a Roma sparita era in vita qualche vecchietta che si ricordava di questa signora, perchè in gioventù era stata beneficata da lei e appena la nominava le mandava ancora tante benedizioni.
E quanto era bella donna Guendalina! Doveva assomigliare al sole, perchè chi l'aveva conosciuta non poteva fare a meno di dirlo.
Benchè fosse una signora, una principessa, non faceva altro tutto il giorno che andare in giro nelle peggiori tuguri a soccorrere la povera gente. 
A vederla così bella, per certe strade, chi non la conosceva, chissà che cosa si sarà creduto! Infatti un giorno un paino (cioè un bellimbusto) gli si mise dietro a infastidirla. Lei seria seria, lo lasciò fare finchè non arrivò alla casa del povero che andava a beneficare. Arrivata sul portone, si fermò, si voltò e vedendo quel soggetto che gli andava ancora dietro, tirò fuori dal portamonete una piastra d'argento e gliela mise in mano. Figuratevi con che naso rimase quel paino! Quando donna Guendalina morì ( e morì giovane assai, disgraziatamente per Roma) tutti la rimpiansero. 
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(1) Silvagni, La corte pontificia, vol. IV, 1883–85, p. 148). vedi anche 

Bazar di novita artistiche, letterarie e teatrali, Volume 4 dell'11 dicembre 1844


10 ottobre 2018

Roma sparita. Credenze, superstizioni e riti legati alla morte


Nel 1800 la durata della vita media era salita fino a 30-35 anni, aumentando di seguito molto rapidamente, grazie agli effetti della rivoluzione industriale, fino a raggiungere i 45 anni all’inizio del 1900 e a superare di gran lunga i 70 anni, attestandosi attualmente sui 76 anni circa per gli uomini e sugli 81 anni circa per le donne. 
Questo fenomeno si è accompagnato  al drastico abbattimento del tasso di mortalità infantile, e  ha inevitabilmente comportato, negli ultimi duecento anni, un enorme incremento demografico della popolazione mondiale.

E a Roma sparita in particolare la morte e le malattie erano molto presenti nella cultura popolare fatta di superstizioni, credenze popolari e riti contro la jettatura e il malocchio e, perchè no, il  buon senso comune. 
Vediamo quanto ci racconta Zanazzo...

L'ammalato
Quando l'ammalato non si curava più di scacciare le mosche che lo andavano a infastidire, era segno che non c'era più speranza di guarire.
E ciò si ricollega anche alle condizioni poco salubri in cui viveva il popolo romano, che ovviamente influivano sulla salute, causando epidemie e rapida diffusione di alcune gravi malattie infettive (come tubercolosi, malaria, colera,  peste, rabbia etc...), che, anche a causa delle scarse conoscenze mediche, causavano molte vittime.
C'erano poi tutta una serie di credenze popolari molto diffuse nella popolazione. Come quella che considerava un malaugurio mettere un lume ai piedi di qualcuno che sta a letto ammalato.
Un'altra credenza era poi quella secondo la quale che se qualche volta una persona sentiva come un leggera scossa dietro le spalle, così all'improvviso, che provocava come un brivido, si credeva fosse la morte, che era passata attraverso la persona e le aveva fatto provare quella sensazione. 

Morte di un famigliare
Alcune credenze riguardavano proprio i defunti. Così quando un famigliare morendo restava con gli occhi aperti, era segno che qualche altra persona della famiglia presto gli sarebbe andato dietro, per questo era meglio chiuderli subito. 
Quando qualcuno sognava che gli cadeva un dente era segno anche qui che sarebbe morto un parente. 

Credenze circa i defunti
Si credeva poi che se il funerale di un defunto fosse avvenuto quando pioveva, avrebbe continuato a piovere per altri tre giorni interi, quasi a significare che anche il cielo piangeva.
Appena il feretro usciva da casa, si doveva prendere una scopa e dare una bella scopata per tutto il percorso, dalla porta fino al primo ripiano delle scale, e magari a tutte le scale fino al portone. Questa scopata serviva a scongiurare il pericolo che il morto si portasse dietro qualcun altro di casa. 
Quest’uso aveva per origine il timore pagano dei’ sortilegi. Si credeva infatti che gli agonizzanti ed i morti portassero una sorta di sfortuna ai vivi.
Appena l’infermo era spirato tutti abbandonavano la casa. 
Se durante il trasporto un morto cadeva dalle spalle del beccamorto o dal cataletto, era segno che l'anima del morto stava all'inferno.
Bisognava, quando si moriva farsi raccomandare al beccamorto, che nel seppellire il morto lo calasse sotto terra nel modo più dolce, che gli era possibile. 
Infatti se lo avessero buttato malamente, si credeva che in tal modo l'anima sua sarebbe andata a  sprofondare all'inferno. 


Parenti dei defunti
A Roma sparita, in quelle epoche passate, quando un ammalato stava per morire la famiglia quasi sempre andava via da casa.
C'era sempre qualche parente o, amico pietoso, che per non far soffrire la famiglia del moribondo cercava dall'allontanarla da casa.
Non si accompagnava il morto al Camposanto.
Ci pensavano i preti, i frati e i fratelloni di qualche Confraternita che si occupana proprio dei morti.

Si trattava di istituzioni sorte nei secoli passati per fare opere di carità oltremodo utili dal punto di vista sociale in epoche in cui, come è noto, non esisteva un servizio funerario organizzato da pubblici o da privati, ma la cura, con relative spese, del trasporto del feretro e della sepoltura era lasciata alle singole famiglie, e quindi chi era povero ne era automaticamente escluso.
Almeno fino al primo Ottocento i cadaveri venivano sepolti nelle chiese più vicine alla località in cui erano stati rinvenuti. 
Poi dopo la dominazione francese tutto cambiò, ma questa è un'altra storia.....

[Approfondimento...]


La sepoltura 
Seguendo una tradizione che ha origini medioevali, per i cattolici la massima aspirazione, una volta morti, era quella di riposare all’interno delle chiese, e i luoghi più ricercati erano proprio quelli adiacenti alle reliquie o comunque agli altari dove si celebrava messa. 
Questi spazi, ovviamente, erano appannaggio dei più ricchi e potenti. 
Chiesa di Santa Maria del popolo
Sontuosa tomba
della principessa di Piombino
(M.Eleonora 
Boncompagni 
Ludovisi)
E così a Roma sparita anche la morte era collegata allo status sociale del defunto. E girando per le tante chiese di Roma è ancora possibile vedere, e in tanti casi anche ammirare, vari tipi di tombe: lastre tombali poste sul pavimento o sulle pareti, veri e propri monumenti funerari, alcuni sistemati in cappelle di famiglie nobili, antichi sarcofagi (etc)...
Ai poveri veniva riservato un altro trattamento: i loro cadaveri erano relegati sotto il chiostro delle varie chiese in larghe e profonde fosse comuni senza bara, semplicemente cuciti nei loro sudari. E quando queste fosse erano troppo piene, venivano chiuse e gli scheletri spostati  nelle gallerie dei chiostri, nei solai della chiesa, o sotto i fianchi delle volte e anche contro muri e pilastri.
I funerali e la tumulazione dei cadaveri all’interno delle chiese era gestito dai parroci, fino al XIX secolo.

Nel corso dei secoli tale operazione era diventata un vero e proprio introito per le parrocchie, tanto che la celebrazione di un funerale al di fuori della parrocchia doveva essere seriamente motivata da parte degli eredi e era fonte di un indennizzo. Accanto ai parroci erano sorte delle confraternite laicali impegnate in varie opere di assistenza sociale, che davano anche sepoltura solenne ai cadaveri dei propri Associati. Addirittura nel secolo XVI era sorta  La compagnia della morteche aveva come primo primo scopo statutario, di seppellire i cadaveri dei poveri, in special modo di quelli abbandonati nelle campagne.
[Approfondimento...]


I parenti non accompagnavamo mai la salma al cimitero. 
Nell’aristocrazia, i genitori non mettevano il lutto per i figli, nè i fratelli per le sorelle a meno che non fossero maritate. Le fanciulle non vestivano a lutto che per i genitori ed i nonni.
Se il morto era un prete, oppure qualche principe o qualche principessa o un’altra persona nobile, lo vestivano con gli abiti di consoni alla sua posizione e con quelli di gala, e lo portavano sul cataletto a viso scoperto. 
Appresso al defunto andavano i servitori in gran livrea con le torce accese, le carrozze e li cavalli del morto, o della morta. 
Nel caso purtroppo molto diffuso, a causa della mortalità infantile, se il morto era un neonato o un ragazzino, si faceva accompagnare in chiesa dalla Compagnia dell’Orfanelli, che allora vestivano da pretini, tutti di bianco. 
Il morticino si portava scoperto, tutto vestito di bianco e con una corona di fiori bianchi ai piedi. 

La vita continua,  dopo il funerale
Appena era andato via da casa il defunto, si pensava a scacciare via la malinconia con qualche buona cenetta o con  qualche altro divertimento
E il giorno appresso, ognuno de la famiglia  cercava di mettere in regola lo stomaco, scombussolato per il dolore sofferto, prendendo ad es... un  buon  purgante.

4 ottobre 2018

Roma sparita. Le ottobrate.


Oggi sembra impossibile immaginare com'era Roma sparita quando nelle zone fuori porta (Ponte Milvio, San Giovanni, Porta Pia, San Paolo, Monteverde e Monte Mario, Testaccio ...) era tutto un fiorire di orti e vigne.
La città si sviluppava all'interno delle mura, fuori era campagna, con qualche rudere, qualche osteria e qualche isolata costruzione.  
Le scampagnate fuori porta
E così, era tradizione specialmente nel mese di ottobre andare a fare scampagnate fuori porta.  Quando le vigne erano ricolme di uve pronte per la raccolta, e  la vendemmia era ancora da fare si partiva da Roma per una festa di fine raccolto, dove tra  spensierati  stornelli, fiumi di vini novelli, l'allegria regnava sovrana.
Le belle donne romane erano al centro dell'attenzione, con le loro mise particolari e con ornamenti floreali, rinnovando gli antichi riti dei Baccanali.
Le fraschette
 Campagna romana
(S. Corrodi-1876) 
In effetti ai romani è sempre piaciuto bere e mangiare fuori casa. Si vedano a tal proposito le fraschette tipiche dei castelli, dove lo stretto legame con il vino si coniuga con la la tradizione delle osterie, dette appunto ‘fraschette’. 
Un nome legato all’usanza di esporre sull’insegna dell’osteria un ramoscello di vite, o frasca. Qui, in tempi più antichi, si poteva mangiare del pane o cibi che si portavano già preparati da casa e bere il vino dei Castelli, servito in particolari contenitori di vetro, i barzilai (doppi litri), i tubbi (litri) e le fojette (mezzi litri).
Ciò che differenziava un’osteria da una fraschetta era il fatto che quest’ultima fosse sprovvista di cucina, e qui non veniva offerto nulla, fatta eccezione per un po’ di pane o delle uova sode per non bere il vino a stomaco vuoto.

Zanazzo e le ottobrate a Testaccio 
E nei suoi "Usi e costumi dei romani.." Gigi Zanazzo riferisce di gite nella zona di Testaccio, ma vediamo quello che dice a proposito:
Ottobrata Romana 
AJB Thomas (1791-1833) 
(traduzione) "Siccome Testaccio sta vicino a Roma, a ottobre si andava, in carrozza o a piedi. Arrivati là si mangiava, si beveva quel vino che usciva dalle grotte zampillando, poi si andava a ballare il saltarello o sul prato, oppure davanti all'osteria del Capannone, o si cantava da poverelli,  o si giocava a morra.
La sera si ritornava a Roma al suono delle tamburelle, delle nacchere e dei canti.« Come per i re, ottobre è come carnevale».
E tanto si faceva a correre tra carrozze e carrettelle, che succedevano sempre disgrazie"

[Testo: Siccome Testaccio stà vvicino a Roma, l’ottobbere ce s’annava volentieri, in carozza e a piedi.
Arivati llà sse magnava, se bbeveva quer vino che usciva da le grotte che zampillava, poi
s’annava a bballà’ er sartarèllo o ssur prato, oppuramente su lo stazzo dell’osteria der
Capannóne, o sse cantava da povèti, o sse giôcava a mmòra.
La sera s’aritornava a Roma ar sóno de le tammurèlle, dde le gnàcchere e dde li canti:
«A la reale,
L’ottobbre è ffatto com’er carnovale!».
B.Pinelli
 Il saltarello
E ttanto se faceva a curre tra carozze e ccarettelle, che succedeveno sempre disgrazzie.]

Nel programma della giornata passata fuori porta c'erano dunque giochi come bocce, ruzzola, altalena e alberi della cuccagna e canti, balli, stornelli. Il vino scorreva a fiumi e accompagnava grandi mangiate: durante le "scampagnate" non mancavano infatti mai gnocchi, gallinacci, trippa e abbacchio. Le tamburelle, le chitarre e le nacchere accompagnavano il ballo del saltarello,  le cui movenze erano spesso accompagnate da un ritornello che recitava:
B.Pinelli- Gioco a morra
 (proprio sotto un pergolato)

 "birimbello birimbello
  quant’è bono 'sto sartarello
  smòvete a destra smòvete a manca
  smòvete tutto cor piede e  coll’anca".



La festa era ravvivata dal ritmo del saltarello e  dagli effetti del vino.
Tanto che, come ci racconta lo stesso Zanazzo, il rientro in città era sempre più pericoloso della partenza.
E così le ottobrate romane ancora oggi sono famose per il bel tempo, per i colori e la luce particolare di cui si colora  la città....


[immagini in alto a sinistra: Campagna romana (S.Corrodi-1876) ]

23 settembre 2018

Canzoni romane per il festival nella notte delle streghe



L'occasione per creare un evento legato alle canzoni romane fu la grande festa che ogni anno tra il 23 e il 24 giugno avveniva intorno alla Basilica di San Giovanni in Laterano. In quei giorni qui si radunava una gran folla per la notte di San Giovanni o anche detta delle streghe (leggi qui ...).
E così  nel 1891 in una osteria appena fuori Porta S.Giovanni, chiamata Facciafresca, 
si svolse il primo concorso per la più bella canzone romana

Canti, serenate, balli etc
Oltre al mangiare, al bere e ai riti magici per allontanare le famigerate megere, e.. grazie anche alle sostanziose bevute di vino, alla festa di san Giovanni  si cantava anche molto: serenatecanti e componimenti a braccio. E così di fronte a tanta musica, e componimenti popolari, a qualcuno venne la brillante idea di organizzare un  festival canoro.
In sostanza un vero e proprio concorso della canzone romana, tenuto in coincidenza con questa importantissima festa, e che durò fino alla prima guerra mondiale. 
L'imput partì dal padre dell'editoria romana l'editore del Rugantino, Edoardo Perino, e doveva tenersi nell' Osteria di Facciafresca appena fuori piazza Porta San Giovanni a iniziare dalla sera del 23 giugno 1891. 
Leopoldo Fregoli
L'oste Facciafresca si era occupato di far costruire un grosso palco, dove c'era l'orchestrina. 
La manifestazione riscosse un successo di pubblico inaspettato, al punto che la folla, in preda all'entusiasmo invase il palco dove avrebbero dovuto esibirsi i cantanti  e l'orchestrina di mandolinichitarreviolinigrancassa  e ammassata provocò un crollo della struttura con feriti. Il festival fu spostato alla sera dopo e si tenne al teatro Grande Orfeo, situato all'epoca sotto la galleria Regina Margherita, nell'attuale via Depretis. 
Vinse la canzone Le streghe, musicata da Calzelli e su testo di Ilari. Questa canzone, che vinse il primo festival canoro di San Giovanni nel 1891, faceva così: "
M' hanno detto che le streghe/
so' vecchiacce brutte assai;/
nun capisco come mai/
nun so' belle come te. Perché tu sei un angioletto/
che dar celo sei cascato/
Ettore Petrolini
e pe' questo m' hai stregato/
nu' me fai connette più. Sì, tutte le streghe/
sò come sei te (non ho più paura,/le vojo vedé..." 

L' aveva cantata addirittura Leopoldo Fregoli, che però ancora non era conosciuto al grande pubblico. 
La canzone ebbe successo perché rievocava i personaggi per tradizione legati alla grande festa di san Giovanni Battista: le streghe.  
La manifestazione proseguì l'anno dopo al teatro Morgana (ora Brancaccio) e poi al cinema teatro Massimo, a piazzale san Giovanni, demolito poi per far posto ai magazzini Coin. 

Canzoni romane
Alcune canzoni sono passate alla storia e sono cantate ancora oggi: come Affaccete 'Nunziata, del 1893, che divenne, più tardi, un successo di Ettore Petrolini. 
Bellissima anche quella che vinse nel 1901: Nina se voi dormite,   anche questa un classico del repertorio di cantanti romani. Nel 1910 un  trasteverino, che faceva l'umile mestiere di stuccatore, di nome Romolo Balzani, in arte Romoletto,  compose una serie di ballate fra cui un autentico capolavoro: la famosa Barcarolo romano (di Balzani-Pizzicaria).
Nel 1934 fu composto un altro capolavoro come Chitarra romana e Quanto sei bella Roma; la seconda ebbe un'interprete d'eccezione in Anna Magnani, invece la prima ebbe la fortuna di varcare l'oceano e diventare un super-hit. 
Pochi anni dopo, prima della guerra fu composta un'altra melodia fu che divenne faamosa: Com'è bello fa' l'amore quanno è sera.
Infine proprio nel 1955 si impose Arrivederci Roma di Renato Rascel,  scritta  in lingua piuttosto che in dialetto.
Il concorso di canzoni romanesche terminò nel 1955 ma comunque serenate, madrigali, tarantelle, passagallo, sonetti, romanelle, stornelli erano comunque entrati nella storia della canzone romana.   

10 settembre 2018

Roma sparita. Le feste delle madonelle nei rioni romani


Le domeniche dei mesi di agosto e di settembre, nei giorni di festa dedicati alla Madonna, a Roma sparita si festeggiavano le statue delle madonne e soprattutto le tante madonnelle  che si affacciavano dai cantoni delle strade di Roma.

Il culto di Maria, madre di Gesù, era molto sentito dalle donne sia aristocratiche che popolane, che spesso  trovavano nella Madonna l'unica consolazione ai tanti drammi che la loro esistenza presentava. 

E così era un'usanza popolare molto diffusa quella di rendere omaggio alla Madonna allestendo degli altarini improvvisati in tutti rioni di Roma

E sono veramente tante le feste dedicate alla Madonna:
  • Maria Madre di Dio (1º gennaio),
  • la Purificazione di Maria (2 Febbraio),
  • Maria di Lourdes (11 Febbraio),
  • la Vergine Annunziata (25 Marzo),
  • Maria Ausiliatrice (24 Maggio),
  • la Visitazione (o festività della Madonna delle Grazie) (31 Maggio),
  • la Madonna del Carmelo (16 Luglio),
  • la Madonna degli Angeli (2 Agosto),
  • la Madonna della Neve (5 Agosto),
  • l'Assunzione di Maria Vergine (15 Agosto),
  • Maria Regina (22 Agosto),
  • Natività della Beata Vergine Maria (8 settembre)
  • il Santissimo Nome di Maria (12 Settembre),
  • la Vergine Maria Addolorata (15 Settembre),
  • la Madonna della Mercede (24 Settembre),
  • la Madonna del Rosario (7 Ottobre),
  • Vittore Carpaccio: 
    Natività di Maria Vergine
  • l'Immacolata Concezione (8 Dicembre).
Festa per la nascita di Maria
In particolare nella ricorrenza dell'8 settembre (natività della Beata Vergine Maria) si celebra la nascita della Beata Vergine Maria che è l’unica, insieme a Giovanni Battista e a Gesù stesso, di cui si celebra non solo il trapasso, ma la nascita terrena
Questa festa ha origini molto lontane in quanto è stata introdotta addirittura dal papa Sergio I (687-701) nel solco della tradizione orientale. 
Alla nascita di Maria è legata la figura di Sant'Anna, madre della Vergine e protettrice delle partorienti.

Le Madonnelle  
Caratteristiche di Roma, le madonnelle sono delle piccole edicole a muro affisse agli angoli dei palazzi antichi. Se ne contano ben oltre 500, distribuite soprattutto nel centro storico, ma un tempo erano migliaia, secondo quanto risulta da un censimento condotto nel XIX secolo.
Gran parte di esse sono dedicate alla Madonna, dalla quale presero il nome, ma qualcuna raffigura anche altri soggetti sacri.
L'uso di applicare le Madonnelle all'esterno dei palazzi, soprattutto ai cantoni dei palazzi, sembra risalire addirittura al costume degli antichi romani che costruivano piccoli altari pubblici dedicati ai lares compitales, le divinità tutelari pagane che proteggevano gli incroci.

Ci racconta Gigi Zanazzo che in particolare le feste della Madonna, che cadevano nei mesi di agosto e settembre, erano molto sentite  dalle comari romane e dal popolo di Roma sparita. 

E le comari coinvolgevano i ragazzini nell'allestimento di altarini spesso improvvisati davanti  alle madonnelle,  a cui nei momenti bui, tutti si rivolgevano spesso.

Così le Madonnelle venivano addobbate con fiori freschi, con vasetti di piante fiorite, e con tanti lumini intorno per illuminarle anche di notte.
Immaginiamoci come doveva essere suggestiva Roma Sparita in queste feste...con  la colorita presenza delle popolane romane, circondate sempre dai numerosi e vocianti bimbi, ad  animare  quelle strade, piazze e vicoli dove erano poste le madonnelle. Bastava alzare lo sguardo per sentire la benevola protezione della Madonna...  

Le spese per le feste
Tutto questo comportava però una spesa straordinaria soprattutto se a pensarci erano le comari...i cui modestissimi bilanci familiari  non potevano certo permettere spese extra.
Così per rifarsi delle seppur modeste spese, mettevano i ragazzini per strada con una scatoletta o con un piattino per chiedere qualche elemosina, recitando questa cantilena:
"Su voialtri, giovanotti, che mangiate i bocconotti (= dolcetti di pasta frolla) , che bevete del buon vino, dateci un soldo per ogni altarino.
[«Su vvojantri, giuvinotti,
Che mmagnate li bbocconòtti,
Che bbevete der bon vino;
Datece un sordo pe’ ll’artarino!».]

2 luglio 2018

Roma sparita. Il caldo estivo e i rimedi per la malaria


Gianicolo, fontanone 
dell'acqua Paola
(G.Van Wittel)
Il piacere di stare all'aria aperta d'estate a Roma sparita nelle ore del tramonto e della sera era ..rischioso per la salute!! 
Residenti, stranieri, e viaggiatori sapevano tutti che era imprudente trattenersi nelle belle e profumate serate estive fuori, all'aperto..
Ma che fare se il caldo dei mesi di luglio e agosto diventava calor febbrile, cioè faceva così caldo da alzare la temperatura corporea ?
Si credeva che un segno che l'aria dell'estate romana non era buona era l'assenza delle mosche. 
Se l'aria non era buona per le mosche figuriamoci per i cristiani!! 


Il problema dell'Agro Romano
Roma nel 1870, in quanto sede della monarchia e della corte, del governo e degli organi centrali della burocrazia si avviava ad essere oggetto d’una massiccia trasformazione edilizia e urbanistica. 
C'era però anche un annoso problema da risolvere: intorno alla città si estendeva una landa desolata e semideserta: l'Agro romano.
Si trattava di un immenso territorio fatto di pascoli e boschi infestati da stagni paludi, interrotto da pochi seminati e da una fascia di vigne ed orti dentro la città. 
Era un territorio insalubre, infestato dalla temibile malaria. 
Questi luoghi inospitali erano famosi anche per le scorrerie dei briganti che vi dominavano incontrastati.

L'Agro Romano è il vasto territorio intorno a Roma, con una superficie di oltre 212.000 ettari, che fino alla bonifica era pressocchè disabitato perché infestato dalla malaria
Era diviso in 362 latifondi, e la proprietà più estesa era della famiglia Borghese con 22.000 ettari, seguìta dal Capitolo di San Pietro e dall'Ospedale di Santo Spirito. I terreni, salvo poche eccezioni, non erano condotti dai proprietari, ma dati in fitto ai cosiddetti mercanti di campagna, categoria imprenditoriale di grande intraprendenza che provvedeva direttamente alla gestione delle aziende ricavandone proventi considerevoli e corrispondendo ai proprietari un utile fisso che permetteva loro di vivere senza preoccupazioni.
A partire dal 1884, dopo una ponderata e seria valutazione tecnico scientifica delle diverse possibilità d’intervento sulla difficile e pericolosa situazione, si decise la realizzazione di una serie di canali che avrebbero consentito il deflusso delle acque stagnanti con cui le paludi furono ridotte.

La malaria nell'Agro romano
Sin dal medioevo la malaria a Roma, e nel suo distretto, mieteva un alto numero di vittimee il più noto e attrezzato ospedale della città, il Santo Spirito, accoglieva ogni anno migliaia di “uomini febbricitanti”. 
Scarsissima la popolazione che ci viveva, così descritta:"uno stato di vita quasi selvaggio, vitto scarso e cattivo rendono miserabilissime le condizioni di vita della campagna romana".
Se Roma non fosse diventata capitale del Regno, difficilmente il problema
della malaria sarebbe stato affrontato sin dagli inizi degli anni Settanta dell'800.

La malaria
particolare dell'Agro romano
Le febbri malariche erano molto diffuse nella popolazione: particolarmente fra gli operai e i braccianti agricoli, che erano costretti a lavorare all’aria aperta nelle campagne dell'Agro durante la stagione estiva.
La malaria, termine che deriva dall'italiano 'mala aria' ed è stato adottato nella letteratura medica internazionale, è una malattia febbrile ed acuta,  trasmessa agli esseri umani attraverso la puntura delle zanzare di solito tra il tramonto e l'alba.
Il quadro clinico della malaria esordisce acutamente con febbre accompagnata da brividi e sudorazione; la febbre decorre inizialmente in modo irregolare e solo dopo una settimana tende a ripetersi con accessi periodici, distanziati tra loro di 48 ore (malaria terzana) o di 72 ore (malaria quartana).

Rimedi popolari per curare la febbre
Per affrontare le febbri provocate dalla malaria, potevano mancare i consigli delle comari romane? 
Uno dei rimedi consigliati, e riportato da Zanazzo,  consisteva nel mettere in una pentola bella grande due boccali di acqua, e la buccia di una diecina di limoni romaneschi. Si dovevano far bollire fino al consumo dell'acqua di circa la metà.
Quest'acqua si doveva poi imbottigliare e bere, nella dose di mezzo bicchiere la mattina e mezzo bicchiere a mezzogirono e mezzo bicchiere la sera.
Inoltre si doveva stare ben coperti, sudare e così si sarebbe guariti.

Contro le febbri terziane

Hebert, La malaria
Per le febbri che colpivano gli ammalati ogni 48 ore, si consigliava di bollire in una pentola bella grande due boccali e mezzo di acqua, due libbre di  salvia, una libbra di rosmarino. Si doveva anche in questo caso ridurre i liquidi della metà.
Quindi andava filtrata, imbottigliàta, e bevuta la mattina a diggiuno, e come si diceva a Roma saprita: non si doveva avere paura di nulla....

Contro le febbri quartane
Contro la malaria quartana , che veniva ogni 72 ore si procedeva come per le febbri terziane, sortanto che invece di metterci l’acqua nella pentola ci si dovevano mettere due boccali o tre di vino buono. Quindi si doveva bere: mezza fojetta (1) la mattina, mezza a mezzogiorno, e mezza la sera; fino  a completa guarigione.. 

Anche Gioacchino Belli conosceva l'aria cattiva di Roma...
Una conferma dell'aria cattiva che si respirava a Roma, nei caldi mesi di luglio e agosto, è in un sonetto del poeta Giuseppe Gioacchino Belli intitolato appunto L’aria cattiva scritto il 5 giugno 1845. 

Belli invita, con grande impeto, i forestieri ad andarsene per paura del caldo, e delle epidemie che spesso si portava dietro.
Belli si conosceva il terribile colera che quasi 10 anni prima gli aveva portato via via la moglie Mariuccia.

L’aria cattiva

Scappate via, sloggiate, furistieri:
fora, pe ccarità, cch’entra l’istate.

Presto, fate fagotto, sgommerate,
ché mmommó a Rroma sò affaracci seri.

Nun vedete che ppanze abburracciate?
che ffacce da spedali e ccimiteri?
Da cqui avanti, inzinenta li curieri
ce mànneno le lettre a ccannonate.

Si arrestate un po’ ppiú, vve vedo bbrutti,
ché cqui er callo è un giudizzio univerzale:
l’aria de lujj’e agosto ammazza tutti.

Pe ppiú ffraggello poi, la ggente morta
séguita a mmaggnà e bbeve, pe stà mmale
e mmorí ll’ann’appresso un’antra vorta.


[Versione

Scappate via forestieri, 
fuori per carità che entra l'estate
: fuori, preparate i fagotti, sgomberate, 
che adesso a Roma sono affari seri. 

Non vedete che pance gonfie ? 

che facce da ospedali e cimiteri?
Da qui in avanti, i corrieri 
consegnano le lettere con il cannone.


Se restate un pò di più, vi vedo brutti, 
che qui il caldo è come il giudizio universale:
l'aria di luglio e agosto ammazza tutti.
Per maggiore flaggello poi, la gente sebbene sia quasi morta 
continua a mangiare e a bere, per star male
 e morire l'anno appresso un'altra volta]
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(1) Le misure utilizzate a Roma per il vino erano: il Sospiro o Sottovoce era un semplice bicchiere, corrispondente ad un decimo di litro; poi c’era il Cirichetto, cioè un quinto di litro, il Quartino, la classica Fojetta da mezzo litro e il Tubbo, un litro. La caraffa da due litri veniva invece chiamata Barzilai, dal nome di un politico romano di fine ‘800, inizio ‘900, che usava offrire vino in gran quantità ai suoi elettori.