Roma sparita

17 febbraio 2019

Il carnevale a Roma sparita ovvero quando la trasgressione era consentita...


The Roman Carnival
 Wilhelm Wider 
(Stepenitz 1818 - Berlin 1884)
A Roma sparita, il popolo, i nobili, il clero aspettavano tutti il Carnevale perchè: «Semel in anno licet insanire».(=una volta all'anno è lecito impazzire)
E così per alcuni giorni la Chiesa consentiva di trasgredire le rigide norme di ordine pubblico, anche se le macchine di tortura, la «corda» e il «cavalletto» erano ben esposte come monito a non esagerare.  

Balli, feste, travestimenti  e soprattutto competizioni.  Nonostante i bandi e gli avvisi papali che cercavano di   regolamentare il carnevale, migliaia di persone di tutte le  estrazioni sociali si riversavano in piazza con una grande voglia di trasgressione e ..per dare vita ad uno spettacolo improvvisato. 
Ricchi, poveri, ecclesiastici, con maschere stravaganti si mischiavano nella folla, dimenticando ogni gerarchia sociale. In questi giorni si prendeva gioco di tutto e tutti, anche delle autorità pontificie e non solo! 
tortura del cavalletto
Tutto era concesso, un intervallo dai pesanti schemi che la vita quotidiana dell'epoca imponeva. 
Insomma per otto giorni era sconvolto ogni ordine sociale e religioso.

I luoghi del Carnevale a Roma.
Dopo il periodo Medioevale, il Carnevale a Roma fu riportato in auge alla fine del Quattrocento dal gaudente papa veneziano Paolo II Barbo (1417-1471), e in quegli anni lo sfarzo dato ai festeggiamenti romani superava persino quelli veneziani. 
Dopo il trasferimento della residenza pontificia a Palazzo Venezia avvenuta con questo papa, la maggior parte dei festeggiamenti carnascialeschi si concentrano nel centro storico ed in particolare nella Via Lata (attuale Via del Corso). 
Lo scenario principale ruotava intorno a questa via e alle strade circostanti. 
E così per chi se lo poteva permettere, c'era la possibilità di affittare lochi, cioè posti a sedere, proprio lungo via del Corso e di partecipare alla festa andando in giro con le carrozze. 
La Commedia dell’arte, le sfilate in maschera, i Giochi Agonali, i carri allegorici, i tornei e le giostre, le attesissime corse dei cavalli berberi e la finale festa dei moccoletti coinvolgevano tutta la popolazione, richiamando viandanti e curiosi da mezzo mondo.

La mossa dei barberi,
dipinto di G.F.Perry, 1827
Il carnevale si apriva con un corteo ufficiale delle autorità e delle maschere che sfilavano lungo l'antica via Lata,  attuale via del Corso, dove si alternavano teatrini improvvisati e maschere tradizionali, ispirate anche alla vita quotidiana.

La corsa dei cavalli berberi
Molto apprezzata da romani e forestieri era la famosa “corsa dei barberi”
I berberi erano cavalli dalla corporatura bassa e robusta che venivano lanciati senza fantino da Piazza del Popolo fino a Piazza Venezia (per fermare la corsa dei cavalli veniva steso un telone). Il proprietario del cavallo che arrivava primo riceveva una somma di denaro e un broccato d’oro con cui si ricopriva il dorso del cavallo.  
Proprio il nome di via del Corso deriva  da questi festeggiamenti.
La fine del Carnevale e i moccolletti.
A partire dal '700, il carnevale a Roma sparita finiva sempre con la battaglia dei “moccoletti”
Il  popolo invadeva strade  e piazze tenendo in mano un moccolo (=candela) racchiuso in paralume di carta.  
Il gioco consisteva nel cercare di spegnere il moccolo altrui. Poveretto chi rimaneva con il  moccolo spento!! Era infatti sottoposto ad ingiurie di ogni tipo, a cui non poteva reagire e spesso i festeggiamenti finivano in rissa. 
 E il mercoledì delle ceneri spesso affollavano le chiese persone ubriache e malconce.

Fine del rito 
Il rito liberatorio del Carnevale si prolungò anche in epoca postunitaria, sotto la protezione della Regina Margherita, con splendide sfilate in costume e nuove, divertenti maschere come quella del Generale Mannaggia La Rocca.
Tuttavia, Roma capitale era divenuta una città sovraffollata, e i problemi di ordine pubblico cominciavano a emergere. 
La prima a risentirne fu la corsa dei Berberi. Quando nel 1874 tredici persone furono travolte e due uomini uccisi dai cavalli, sotto gli occhi delle Loro Maestà, la giunta Venturi decretò la fine della corsa, e con essa del Carnevale romano. 
Come scriveva Trilussa, «Leva il tarappatà, leva la gente, leva le corse... e la baldoria è morta, er Carnevale s’ariduce a gnente».


Il rito degli ebrei per Carnevale
Curiosando nei testi di Giggi ZanazzoSi racconta un'antica tradizione romana che voleva che il primo giorno di carnevale il capo rabbino del ghetto andasse a riverire il Senatore, cioè il più alto rappresentante delle istituzioni comunali a Roma (carica soppresso nel 1870), e s'inchinasse davanti a lui con la testa per terra.
Allora il Senatore  metteva un piede sulla testa del rabbino, oppure lo mandava via con un calcio nel sedere come  benvenuto.
Con il tempo questa usanza meschina e umiliante imposta agli ebrei andò sparendo, e in cambio gli ebrei furono obbligati a pagare tutti i palii, cioè i drappi che si davano in premio al vincitore della corsa dei cavalli berberi, che si faceva appunto negli otto giorni di carnevale.
moccoletti al Corso,
Ippolito Caffi, 1850 c.
Sempre  Zanasso riferisce anche alcuni particolari del commercio ambulante che avveniva nelle strade, nei vicoli, nelle piazze di Roma durante il carnevale. 
Si  scherzava per le strade con lanci di coriandoli, di «mazzettacci» (bouquet di povero verdurame), e di «confettacci», pastiglie di gesso colorato. 
E il venditore di questi ultimi, il confettacciaro così gridava per commercializzare la sua merce:
Confetti, conféee! Chi vvô’ li confèttii? 

Sempre per le strade di Roma sparita risuonavano le grida di chi affittava sedie o luoghi adatti a godersi lo spettacolo: Chi vô llòchi?

Infine l'ultimo giorno di Carnevale, i venditori di móccoli promuovevano la loro preziosa merce dicendo: È acceso er moccolo!

13 febbraio 2019

Digiuno, ma anche maritozzi per la Quaresima e per la Festa degli innamorati

Durante la QuaresimaRoma sparita, la Chiesa imponeva l'’osservanza di digiuni severissimi in segno di penitenza
E quando la sera si diffondeva per le strade il suono delle campane, che annunciavano l'inizio del periodo quaresimale, tutto il popolo aveva pronto un proverbio: "la campana suona a merluzzo". 
Digiuno per la quaresima
In quei lunghi 40 giorni di quaresima a Roma sparita aumentava il consumo del baccalà, e del pesce.
Per chi se li poteva permettere! 
Tutti si dovevano astenere assolutamente dal consumare carne. 

Dieta dei poveri
Per il popolino la quaresima non era un problema, visto la penuria  di alimenti ricchi e sostanziosi, che non comparivano quasi mai nella sua dieta e della carne, riservata alle grandi occasioni, naturalmente  quella ovina e le viscere dei bovini; a Roma poi si produceva formaggio pecorino, ricotta e latte. 
Accanto al pane La dieta dei poveri era perlopiù fatta di vegetali, come quelli che nascevano spontanei nelle campagne e negli orti addossati alle porte di Roma o nelle tante Ville, e che venivano raccolti dai romani. 
Non dimentichiamo che la cicoria era (ed è) una verdura tipicamente romana e nasce spontanea ai margini di sentieri, campi coltivati, terreni incolti, zone a macerie e ambienti con ruderi,  praterie ma anche in aree abitate dall'uomo. Così si poteva cogliere magari passeggiando a Villa Borghese o ancora durante una gita ai Castelli.

per aggiungere proteine si poteva mangiare una frittata, dei legumi .
Il prezzo del pane poi era calmierato perchè anche questo era la base della dieta dei poveri... 
Non mancava mai un bel bicchiere di vino [...]  dei Castelli...

Proprio a causa della povertà erano periodiche erano le distribuzioni di minestre per i poveri , soprattutto nei mesi invernali e primaverili, quando non si trovava più grano e farina di frumento per masse di “miserabili”   e famiglie di braccianti disoccupati.

Dieta dei ricchi
Invece per i ricchi, i nobili e i cardinali  il digiuno imposto in quaresima era un bella rinuncia! 
Una deroga a questo stretto regime alimentare era concessa solo agli  anziani e ai malati, previo permesso scritto da parte del medico e del parroco, era loro concesso  di mangiare uova,  formaggio e la stessa carne
E così grazie a qualche moneta si riusciva ad aggirare l'ostacolo e spesso a mantenere il regime alimentare solito...
Ci racconta il periodo della quaresima il poeta romanesco G.G.Belli nel sonetto: Er primo giorno de quaresima..
Addio ammascherate e carrettelle, pranzi, cene, marenne e colazione, fiori, sbruffi, confetti e carammelle. 
[Versione. Addio a mascherate e carrozzelle, merende e colazioni, fiori, spruzzi, confetti e caramelle.]

C'era però anche chi era ligio a quanto imponevano i divieti emanati dalle autorità ecclesiastiche: per questi rimanevano soltanto i ceci e il baccalà, per chi, come già detto,  se lo poteva permettere... vista la povertà in cui viveva  il popolo, per il quale era quaresima tutto l'anno. 

I maritozzi  
Un'usanza prettamente romana era il  maritozzo (2), dolce tipico romano, che si usava mangiare in alternativa, proprio in questo periodo, perlopiù a cena. 
E qualcuno era così devoto... da mangiarsene chissà quanti anche durante il giorno..
Almeno così ci riferisce, con la sua arguzia tutta romanesca, Giggi Zanazzo, nei suoi "Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma" .

Simboli dell'amore
Un'altra usanza, che ci può far pensare all' attuale festa degli innamorati era quella di regalare il primo venerdì di marzo il «santo maritozzo» alla propria fidanzata, dalla forma «trenta o quaranta vorte ppiù ggranne de quelli che sse magneno adésso; e dde sopre era tutto guarnito de zucchero a ricami». 
[...trenta o quaranta volte più grande di quelli che si magnano adesso; e di sopra era tutto guarnito di zucchero a ricami]
Roesler F., Prati di castello
Sul maritozzo ci potevano essere disegnati due cuori intrecciati, oppure due mani che si stringono, o un cuore trafitto da una freccia  («dù cori intrecciati, o ddù mane che sse strignéveno; oppuramente un core trapassato da una frezza»). Tutti simboli che si usavano nelle lettere scambiate fra innamorati. 
Dentro al maritozzo, qualche volta, ci si metteva dentro come dono un anello o altro oggetto d'oro. L'origine  del nome e' sicuramente una deformazione del nome marito...
In una canzoncina in uso a Roma sparita si diceva:

«Oggi ch’è ’r primo Vennardì dde Marzo,
Se va a Ssan Pietro a ppija er maritòzzo;
Ché ccé lo pagherà ’r nostro regazzo».
E dde ’sti maritòzzi:
«Er primo è ppe’ li presciolósi;
Er sicónno pe’ li spósi;
Er terzo pe’ l’innamorati;
Er quarto pe’ li disperati».
«Stà zzitto, côre:
Stà zzitto; che tte vojo arigalàne3
Na ciamméllétta e un maritòzzo a ccôre».

[Versione. 
Oggi che è il primo venerdì di Marzo,
si va a San Pietro a prendere il maritozzo
che ce lo pagherà il nostro ragazzo
E di questi maritozzi:
"il primo  è per chi ha fretta
il secondo è per gli sposi, il terzo per gl'innamorati
il quarto per i disperati
stai zitto, cuore
sta zitto che ti voglio regalare
una cimabelletta e un matirozzo fatto a cuore"]
E infatti certi maritòzzi in quel periodo erano fatti a forma di cuore.

Racconta Zanazzo (2)
Così i maritozzi per Zanazzo sono "pani di forma romboidale, composti di farina, olio, zucchero e talvolta canditure o anaci o uve passe. Di questi si fa a Roma gran consumo in quaresima, nel qual tempo di digiuno si veggono pei caffè mangiarne giorno e sera coloro che in pari ore nulla avrebbero mangiato in tutto il resto dell’anno."

Ancora Zanasso riferisce che a Roma sparita i ragazzi e le ragazze insieme alle minenti, cioè  popolane arricchite sempre molto vistose, che ci tenevano moltissimo ad esporre il loro status, andavano tutti a san Pietro ogni venerdì di marzo e con la scusa di sentire la  predica di qualche predicatore quaresimale , facevano conversazione, facevano l'amore e mangiavano proprio i maritozzi
E chi ci  andava acquistava l'indulgenza. Tutti i venerdì anche il papa era lì, accompagnato dai cardinali che lo seguivano due alla volta, poi le guardie nobili, dagli svizzeri e anticamente dalle guardie urbane  (dette capotori).
 Arrivato a san Pietro si inginocchiava a rimaneva a pregare qualche mezz'ora. 

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(1) Attualmente questo dolce è costituito da pane morbido preparato con pinoli, uva e scorzetta d'arancia candita e eventualmente tagliato in due, per lungo, lo si completa con panna montata. 
(2) E sono stati immortalati nel 1851 da Adone Finardi, che scrisse in dialetto romanesco un poemetto dal titolo «Li maritozzi che se fanno la Quaresima a Roma». E marittozzi compaiono pure nella famosissimo sonetto di GG Belli " Er padre de li santi" .

3 febbraio 2019

Roma sparita. Parole straniere nel dialetto romanesco


Giornale 
in dialetto romanesco
Tanti stranieri, tante nazionalità diverse, tante parole entrate nel linguaggio di Roma sparita riportate nel testo Usi e costumi... di Giggi Zanasso.

Dal francese.  Moltissime le parole di origine francese passate nel dialetto romanesco
In tutte le epoche, a Roma era stata particolarmente numerosa la comunità francese:  nobili famiglie imparentate con i reali francesi avevano le loro residenza a Roma, rappresentanti delle  ricche casate francesi che avevano i loro interessi presso la curia papale, e anche il corpo diplomatico (etc). 
Ma soprattutto  fra fine '700 e primi '800, Roma aveva subito la dominazione francese e anche dopo, negli ultimi anni di vita dello Stato pontificio continui erano stati i rapporti con la Francia

Le colonie straniere – la francese, maggiore per importanza fino a circa al 1815, l’inglese e la tedesca – avevano a Roma i loro quartieri e luoghi d’incontro prediletti, generalmente situati attorno a piazza del Popolo e piazza di Spagna. Non stupisce quindi il folto numero di francesismi entrati nel linguaggio romano, rispetto alle influenza tedesche e inglesi.
Alcune parole di origine spagnola e turca possono derivare dal dialetto napoletano, visto i rapporti stretti spesso tenuti con il confinante regno di Napoli.

Alò: dal francese Allons = andiamo.
Ammusà’: dal francese Amuser =divertire.
Andriè: dal francese  Andriènne =lunga sottoveste. 
A-quer-mifó: dal francese Comme il faut = come serve.
Argianfettù: dal francese  L’argent fait tout =i soldi fanno tutto
Bidè: dal francese  Bidet
Bignè: dal francese Bignet
Bombè: dal francese Bomber= bombardiere 
Bonè: dal francese Bonnet =cappellino
Burrò:dal francese  Bureau= ufficio
Bordacchè: dal francese Brodequin =stivaletto
Brolocco, berlocco:dal francese Breloque =Ciondolo da tenere appeso a un nastro, nella moda maschile del '700. 
Biggiù: dal francese Bijou =gioiello
Monzù (oggi chef)
Buffè: dal francese Buffet =credenza
Carmagnòla: dal francese Carmagnole =capo di vestiario, essenzialmente un gilet con file di bottoni di metallo, con panciotto di tre colori e con una fascia rossa.
Chènchè: dal francese Quinquet=lume a olio
Ciappa-e: dal francese Chape =cappa.
Commò: dal francese Comode =comò
Crompan-pà: dal francese Comprende pas =non capisco 
Cormifò: dal francese Comme il faut =come dovrebbe 
Corsè: dal francese Corset =corsetto 
Consumè: dal francese Consommé =brodo ristretto 
Culì: dal francese coulis = salsa densa a base di frutta o verdura 
Decretone: dal francese Decroteur = Lustrascarpe
Desabbigliè: dal francese Deshabillé =svestito
Diggiunè: dal francese Déjeuner =prima colazione 
Etaggè: dal francese Etagère =ripiani

Frufrù: dal francese Frou—frou=fruscio
Gargante: dal francese Gargantua
Gargottara: dal francese Gargotte =bettola
Giaccò: dal francese Jagò
Gilè: dal francese Gilet
Gianfutre: dal francese Jean foutre= inetto, incapace 
Inciarmà’: dal francese Charmer=ammaliatore 
Landavo: dal francese Landau = Carrozza signorile a quattro ruote e due mantici trainata da due o quattro cavalli 
Mammà: dal francese Maman
Marcià’: dal francese Marcher= camminare
Mondié!: dal francese Mon Dieu de la Franse che de l’Italì vu n’ette pas bbon. Questa frase si dice intera =Mio Dio della Francia che dell'Italia non c'è niente di buono. 
Muère: dal francese Amuerre =stoffa di seta 
Muntuvare: dal francese Montoir= ricordare
Musiù o Munzù: dal francese Meusieur= signore 
Nneppà dal francese N’est-pas = Non  è
Padedù dal francese: Pas-de-deux= passo a due
Pappiè dal francese: Papier= carta
Poncio dal francese: Punch= bevanda calda
Ragù dal francese Ragù = ragù
Redrè dal francese Retrait =ritratto.



Orologio di Isaac Soret
(Genève. 1780)
Sacchesorètte dal francese Oriuoli d’Isaac Soret = orologi d’Isaac Soret  (da G.Belli =La celebrità della perfezione degli oriuoli d’Isaac Soret non si è mai estinta presso il volgo, che li reputa la più mirabile opera della meccanica.)
Sóffióne dal francese Soufleur = spazzaneve
Spappiè’ dal francese papier = foglio, carta
Sciarmante dal francese Charmant =affascinante
Supprì dal francese suplise (sorpresa)=crocchetta di riso con ragù di carne e regaglie di pollo, di forma ovoidale, impanate e fritte.
Surtù dal francese Surtout =soprattutto
Tamanto dal francese Tant-maint= così molti
Tettattè dal francese Tête à-tête. = testa a testa
Tignone dal francese Chignon: = Chioma.
Visavì dal francese Specchio vis-à-vis =Tipo di armadio munito, sulla faccia esterna degli sportelli, di specchi nei quali la figura umana può riflettersi per intero, caratteristico dei secoli 18°-20°.


La Città eterna rimane anche per gli artisti e letterati tedeschi e inglesi un punto di riferimento centrale fino alla metà del secolo XIX.
Invece per le parole di origine spagnola, o turca dobbiamo pensare al tramite del napoletano, diffuso nei secoli passati a Roma.

Dal tedesco

Schina dal tedesco  Skina  =schiena
Chifel
Ghèghene : Deretano.
Snappe : Acquavite.
Slòffe:  Letto.
Inferlicchese: Busse.
Nìcchese: No.
Tartaifèlle: Il diavolo.
Gurde:: Gulden, fiorino. A Roma scudo.
Trincà’: bere.

 
Dall’inglese
Milordo: da milord = lord, signore elegante
Milorderia: idem
Chifeni: Chifel = Panino dolce a forma di cornetto, condito con semi di sesamo.

Dal turco 
Giannetta  da Ginetta = lancia corta e leggera che si poteva lanciare come un giavellotto.
Bazzàrrosta Bazar.
Salamelecche: da  Salam-alaik = Pace a te 
Astracàne sta per Astracan, città della Russia. L'astrakan è una pelliccia che si ottiene con le pelli del karakul, una pecora nera originaria dell'Asia centrale.
        
Dallo spagnolo
Setaccio da Sedazo = setaccio.
Vappo:  da Guapo = bello.
Maramao: da Maramaldo = Persona perfida e vile che infierisce sui deboli e sui vinti.